DOCUMENTARI BELLISSIMI CHE VI STATE PERDENDO

Uno dei pregi delle nuove piattaforme di streaming video è quello di aver reso disponibili alla visione casalinga non solo film e serie tv ma un’ampia sezione di documentari (sia originali che provenienti dai festival internazionali) che altrimenti sarebbe stato difficile, se non impossibile, recuperare.
In alcuni casi proprio la distribuzione mondiale ha permesso ad alcuni di questi di diventare un vero e proprio fenomeno culturale (un esempio su tutti, “Wild wild country”, documentario Netflix in sei puntate che racconta la storia della più grande comunità della setta di Osho sul territorio statunitense, che ha riaperto un grande dibattito sulla questione ispirando libri, articoli e podcast. Se non l’avete visto siete PAZZI, è straordinario).
Tuttavia, mentre delle nuove serie tv o dei film in uscita si parla sempre molto sui giornali e sul web, ai documentari viene dedicato ancora poco spazio e si rischia così di perdere alcuni prodotti davvero notevoli. Da appassionato fruitore ho deciso di fornirvi alcuni personalissimi consigli, considerando che le imminenti vacanze natalizie potrebbero essere il momento ideale per recuperarli.
Buona visione.

DIAGNOSIS (Netflix)

La dottoressa Lisa Sanders è un’esperta di malattie strane. Nel 2002 ha inaugurato una rubrica sul New York Times intitolata “Diagnosis” nella quale presentava i casi più curiosi che erano capitati a lei e ad alcuni colleghi. Fu questa rubrica a ispirare la serie tv “Doctor House”.
Per quanto la sua conoscenza di morbi particolari sia ampia, ci sono purtroppo alcune patologie che sembrano trascendere le competenze mediche di chiunque: disturbi così rari che nessuno dottore apparentemente ha mai incontrato prima e per i quali non si è in grado di formulare una diagnosi.
Da qui l’idea di Sanders di utilizzare il mondo della rete: dal sito del New York Times, quotidiano letto in tutto il mondo, ha provato a raccontare i sintomi di queste persone chiedendo se qualcuno fosse in grado di riconoscerli e aiutarli.
La serie Netflix “Diagnosis” segue passo per passo alcune di queste vicende: ogni episodio presenta un paziente con un inquietante morbo raro e le risposte video che riceve da ogni parte del globo dopo che la dottoressa ne ha diffuso la storia sul web. Fra le centinaia di risposte ce ne sono alcune che si rivelano illuminanti: pazienti che riconoscono la stessa patologia (sapere di non essere l’unico al mondo per un malato è già una grande consolazione), ricercatori che stanno studiando proprio quel tipo di disturbo, medici dall’altra parte del mondo che riescono a giungere a una diagnosi.
Non si tratta mai di percorsi lineari e consolatori (cura trovata, paziente felice, fine): i casi sono talmente particolari che ottenere una diagnosi è solo un primo passo nel percorso. Ma per chi da mesi, o addirittura anni, brancola nel buio è un risultato rivoluzionario.
Vi sfido a guardarne alcuni episodi (specie quelli con pazienti bambini) senza commuovervi: la forza di malati e familiari, l’impegno globale di gente anche comune che cerca di dare il proprio contributo, la passione e la competenza di medici da ogni angolo del pianeta, sono elementi che rendono questo show unico e che riconciliano con l’umanità.

INSIDE JOKES (Amazon Prime)

Il Montreal Just for Laugh festival per un comico americano è un vero e proprio trampolino di lancio: produttori televisivi, agenti e autori tv ogni anno vanno qui a cercare i volti nuovi da lanciare nei loro programmi. Per uno stand up comedian essere selezionato nella sezione “New Faces” equivale ad aver ottenuto il passaggio più importante della propria carriera, la possibilità di passare da comico amatoriale che si esibisce in teatrini di periferia a stella del cinema e della tv.
La serie “Inside jokes” segue i mesi che alcuni aspiranti finalisti dedicano alla preparazione del numero da portare al festival. Al termine solo alcuni verranno chiamati a esibirsi a Montreal, altri dovranno ricominciare da capo e riprovarci l’anno seguente.
Il documentario mostra la passione e la dedizione di questi comici, che passano giorni a perfezionare una battuta, viaggiano per ore per esibirsi in localini decadenti davanti a pochi e annoiati avventori, si barcamenano con occupazioni temporanee in attesa della grande occasione. È una finestra spalancata sul lato più duro dello show-business, la gavetta che precede il successo, l’incertezza economica, lo sforzo personale (e a volte familiare) per ottenere la propria fetta di celebrità. Il cast, molto ben assortito, dimostra come l’impegno e le difficoltà travalichino i generi: uomini, donne, gay, bianchi, di colore, giovani, più maturi, affrontano tutti l’identico struggimento, cercando di trarre forza da piccole soddisfazioni, come una serata particolarmente ricca di applausi o il supporto dei colleghi.
E l’episodio nel quale ricevono la chiamata che confermerà a ciascuno di loro se abbia passato le selezioni o meno, è davvero emozionante.

VITE CLANDESTINE (Living undocumented) (Netflix)

L’espressione “Tolleranza zero” fa pensare all’applicazione di regole più severe verso quei criminali e clandestini che approfittano delle debolezze di uno Stato per compiere indisturbati azioni illecite. Sulla carta tutti saremmo propensi a una maggiore rigidità nell’applicazione delle norme contro la criminalità. Nella realtà dei fatti una politica di “Tolleranza zero” annulla ogni discrimine e mette sullo stesso piano delinquenti e innocenti sulla base di criteri standard. Negli USA dell’epoca Trump questo significa che chi è privo di documenti viene fatto espatriare a forza, sia che si tratti di un pericoloso spacciatore che di una semplice casalinga, madre di famiglia e residente da decenni in suolo statunitense. Chi emigra negli States da paesi come la Colombia, il Messico, il Nicaragua, lo fa (quasi sempre con un viaggio estenuante e a proprio rischio e pericolo) per fuggire dalla violenza quotidiana, dalle minacce di morte, da condizioni di vita intollerabili. Giunti oltreconfine cercano di ottenere un visto che consenta loro di stabilirsi legalmente, a volte attendendo anni invano. Malgrado lo status di clandestino molti riescono comunque a trovare un lavoro stabile, a mettere su famiglia, a integrarsi completamente nella comunità locale, arrivando addirittura ad aprire attività lavorative di successo.
Il documentario Netflix “Vite clandestine” segue i percorsi di alcuni di loro, illustrandoci quanto possa essere crudele e ingiusta l’applicazione forzata di una legge. Ci mostra donne incinte costrette a lasciare marito e figli, onesti impiegati comunali sfuggiti alle minacce di morte dei cartelli della droga dei loro paesi d’origine forzati a farvi ritorno, bambini strappati alle famiglie d’origine e trattenuti per settimane alla frontiera. Fra tutti, il caso più paradossale: quello di una donna che, malgrado sia sposata a un veterano di guerra (e fiero sostenitore di Trump) deve affrontare la prospettiva di essere separata dal marito e dalla figlia e rispedita in patria.
L’enorme pregio di questo documentario è quello di rendere umana e personale una questione che sulla carta potrebbe essere liquidata freddamente. Ci fa conoscere persone normali, indifese e sbalordite, che si trovano a fronteggiare senza appello qualcosa di mostruosamente più grande di loro (la Legge).

Suggerimenti flash:

HOLY HELL (Netflix)

Se vi è piaciuto “Wild wild country”, date un’occhiata a questo film su una setta americana fondata da un eccentrico ex-ballerino. Due elementi rendono il documentario prezioso: il materiale video girato di prima mano da un ex membro della comune e il fatto che il fondatore sia vivo e la setta sia ancora in attività. Immagini talmente perfette da sembrare fiction (invece sono tutte vere) e un progetto che si rivela sempre più folle via, via, che lo si scopre.

ONE CHILD NATION (Amazon Prime)

La politica tenuta per decenni dalla Repubblica Popolare Cinese, che obbligava le coppie ad avere un solo e unico figlio, ha permesso alla Cina (e al mondo intero) di evitare il rischio di un sovrappopolamento incontrollato. Ma a che prezzo? Indagando nella propria famiglia e fra la gente del proprio villaggio, una regista di origini cinese naturalizzata americana squarcia il velo su una realtà tenuta a lungo nascosta e sulle tragiche conseguenze (pratiche e psicologiche) che una simile imposizione ha avuto su intere generazioni. (Documentario presentato con enorme successo all’ultimo Sundance film festival).

FYRE (Netflix)

Può un’idea basata sul nulla diventare un progetto nel quale decine di aziende scelgono di investire? Può un’attrazione immaginaria attirare centinaia e centinaia di clienti? Sì può, e nel modo più disastroso possibile.
Billy Mc Farland, un imprenditore spregiudicato, grazie a un socio molto noto (il rapper Ja Rule) e l’appoggio di decine di modelle influencer, nel 2017 ha lanciato quello che sembrava essere uno dei festival musicali più esclusivi di sempre, nell’incantevole isola tropicale di Fyre, con alloggi di lusso per i partecipanti e ore di spettacoli musicali dal vivo. Peccato che fosse tutto finto.
Un documentario sulla vacuità del nostro presente, dove è più importante che una cosa sia figa piuttosto che sia reale. (E dove tristemente finiscono per pagarne le conseguenze gli operai e le piccole aziende locali più che gli inventori della frode).

Infine, un classico:

PARIS IS BURNING (Netflix)

Madonna ha reso il Vogueing noto a livello mondiale e la serie tv “Pose” di recente ne ha celebrato i colorati fasti, ma se non l’avete ancora visto correte a recuperare questo film addirittura del lontano 1990 che per primo forniva un ritratto fedele della scena newyorchese dalla quale è scaturito il fenomeno.
Il documentario non mostra solo i reali protagonisti e le scene riprese in anonimi locali che una sera a settimana si trasformavano in templi della moda e della creatività, ma illustra come alcune delle fasce più deboli della comunità LGBT (i neri, i portoricani, i trans, emarginati fra gli emarginati) abbiano saputo creare una sorta di mondo parallelo, nel quale le “case” (dai nomi fantasiosi come “House of extravagaza” o “House of ebony”) costituivano delle nuove famiglie per ragazzi senzatetto o cacciati dalle famiglie d’origine, e dove l’appropriazione di modelli estetici inarrivabili (le copertine delle riviste di moda) diventava una forma di legittimazione e di autoaffermazione.
Una vera pietra miliare fra i documentari moderni.

2019-12-21T11:38:39+01:00Dicembre 21st, 2019|

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