FABIO LUBRANO, “La pianta delle fidanzate”

FABIO LUBRANO

Mi auguro che il mondo dell’editoria ufficiale si accorga in fretta di Fabio Lubrano. C’è molta più poesia in uno qualsiasi dei suoi racconti che in metà delle opere degli esordienti pubblicate quest’anno. Fabio è capace di trovare il lato sensibile anche nelle situazioni più quotidiane ed insignificanti. Non a caso una delle sue caratteristiche è quella di far parlare gli oggetti inanimati. In letteratura questo si ascrive generalmente al surrealismo, ma a me sembra più pertinente far riferimento al concetto psicologico di animismo, vale a dire la tendenza che hanno i bambini ad attribuire un’intenzionalità, un’anima, anche agli oggetti. E Fabio animista lo è senz’altro, anche quando non fa parlare gli oggetti.

 

La pianta delle fidanzate

 

Il Venerdì sera vado a fare il baby-sitter a una bambina di sei anni. Si chiama Giulia e a quanto pare è molto orgogliosa del suo nome. Ogni settimana le porto un pupazzo di peluche nuovo e al momento di trovargli il nome si ripete sempre la stessa scena.
“Perché non lo chiamiamo Poldo?”, propongo indicando l’orso.
“No, Giulia gli sta molto meglio”, ribatte Giulia.
“Questo potremmo chiamarlo Basilio”, suggerisco indicando il coniglio.
“Si vede dalle orecchie che si chiama Giulia”, ribatte Giulia.
“Tibalda”, indico l’oca.
“Giulia”, ribatte Giulia.
E genitori di Giulia il Venerdì sera escono. Vanno al cinema o a cena da amici o al bowling o a ballare. E io arrivo verso le otto e li trovo che sono ancora in trattative. All’inizio sembrano non saper cosa fare e si guardano in silenzio aspettando una reciproca illuminazione. Poi balbettano qualcosa di sconnesso evitando di guardarsi. Infine è un temporale di proposte e proteste attraversate in tutte le loro permutazioni statistiche: se la moglie propone il cinema il marito obietta che è da parecchio che non si fanno vedere al ristorante; se il marito propone il bowling lei ribatte che la settimana lavorativa è stata estenuante, quindi tanto vale andare a ballare, stancarsi per stancarsi, almeno ci si sfoga. E cos via. Riprendono le trattative sotto casa quando Giulia gli si para dinanzi con le mani sui fianchi e perentoria dichiara:
“E’ da una settimana che non lo vedo: lasciatemi sola con lui.”
Loro a quel punto escono di casa e io e Giulia ci affacciamo alla finestra per vederli ricominciare a litigare appena spuntano dal portone.

Mi hanno scelto come baby-sitter quando Giulia aveva solo sei mesi e dopo una durissima campagna elettorale combattuta contro tre ragazze che avevano dalla loro il fatto di avere la a alla fine del nome proprio. Generalmente si ha più fiducia nelle ragazze, al momento di separarsi dai propri figli. Ma la mia rassicurante timidezza, unita all’aureola che certamente è apparsa sopra la mia testa al momento di vedere Giulia nella culla li ha convinti. Le tre ragazze, appreso l’esito dello spoglio, mi hanno telefonato una alla volta per dirmi che secondo loro ero frocio.
“No, però una sensibilità femminile sì”, ha detto il padre di Giulia quando gliel’ho raccontato, “dovresti fidanzarti con una lesbica” ed è scoppiato a ridere come se avesse detto una freddura indimenticabile.
La prima volta in cui io e Giulia ci siamo visti lei aveva ancora sei mesi. Era lì che piagnucolava nella culla quando si è vista sbucare all’improvviso la mia faccia aureolata. Mi ha sorriso subito. Eo ho sorriso a mia volta gratificato, poi ho guardato meglio il sorriso della bambina: era un sorriso protettivo! Ho avuto subito l’impressione che mi sorridesse per farmi piacere. Peggio, mi sorrideva come se volesse dirmi: lo so che non stai attraversando un bel periodo, ma non ti preoccupare, li convinco io a prenderti. E quel suo fare protettivo non se l’è più tolto di dosso. Quando le facevo il solletico sotto i piedi o le pernacchie sulle mani, lei gorgogliava accondiscendente. O anche più tardi, quando Giulia ha imparato a camminare e a parlare, giocavamo a nascondino e lei mi spiava per capire se mi sentissi a mio agio. Qualche volta, se sospettava la mia tristezza, mi dava una carezza sulla guancia e io provavo una gran pena per me stesso che riuscivo a non far degenerare in pianto lanciandola sul divano, segno che era iniziata la battaglia coi cuscini.

Anche oggi quando ha aperto la porta di casa mi ha accolto con quel suo modo di salutare con cui mi ha sempre accolto: il modo di salutare che si usa con i bambini.
Oggi le ho portato una foca bianca di peluche.
“Almeno lei la chiamiamo Truvia”, ho detto senza sperarlo.
“Giulia, Giulia”, ha ribattuto Giulia.
Poi è andata nella sua cameretta e ha presentato Giulia agli altri pupazzi:
“Giulia, lei è Giulia, lui è Giulia, Giulia, Giulia, Giulia e Giulia.”
E genitori, in salotto, dopo i catatonici sguardi e i balbettii preliminari, hanno iniziato a litigare.
“FUORI!”, ha ordinato dalla sua camera Giulia. Loro hanno obbedito e mi hanno fatto le solite raccomandazioni:
“Mandala a letto alle dieci anche a martellate se protesta. Domani ha l’asilo”, ha detto la madre.
“Divertitevi e non vi preoccupate”, ho detto io.
“Noi saremo di ritorno per le undici”, ha detto il padre e sono usciti. Io e Giulia ci siamo affacciati alla finestra per vederli riprendere a litigare e, chiusi i vetri, le ho chiesto:
“A cosa mi fai giocare stasera?”
“Stasera facciamo la pozione magica”, ha detto Giulia andando a prendere una bottiglia di plastica e riempendola d’acqua a metà.
“Ora dobbiamo trovare qualcosa da mettere dentro l’acqua”, mi ha spiegato, “poi agitiamo il tutto, la lasciamo riposare e la versiamo sui gerani.”
“Sui gerani forse è meglio di no”, ho detto immaginando la faccia sospettosa della madre il mattino dopo, alla vista dei gerani assassinati e, sul tavolo, della bottiglia contenente la pozione velenosa.
“Sì, sì, sui gerani”, ha insistito Giulia.
“Non so se la mamma sarà contenta”, ho detto immaginando il seguito: Giulia mi protegge assumendosi ogni responsabilità sull’accaduto, aumentando inevitabilmente nella madre la convinzione che non sono in grado di oppormi alla bimba con la necessaria forza.
“Facciamo così”, ho proposto, “intanto prepariamo la pozione, poi la facciamo riposare, dopo tu vai a dormire e domani mattina chiedi alla mamma se puoi uccidere i gerani.”
“Va bene”, ha detto Giulia incrociando le braccia pensosa, “cosa ci mettiamo dentro?”
“Vediamo… per prima cosa…”, ho provato a dire, ma Giulia aveva già trovato la soluzione.
“Uno spaghetto crudo, per cominciare”, ha decretato. Ha appeso il suo sguardo alla maniglia dell’armadietto della pasta, in alto, molto in alto rispetto alle avide mani di Giulia. Ma per lei questo è irrilevante: ha appoggiato un piede sul pomello del secondo cassetto dal basso, l’altro piede sulla manopola del gas, il primo è giunto nel frattempo sopra il frigorifero e le sue mani si sono già impadronite dello spaghetto crudo. Ha seguito il medesimo percorso al contrario ed è ritornata con i due piedi finalmente ben piantati per terra.
“A cosa pensi?”, mi ha chiesto vedendomi silenzioso, assorto in macabre visioni.
“Se mi arrampicassi così io, mi ammazzerei”, ho risposto.
“Ma no”, mi ha incoraggiato Giulia, intendendo dire: ci sono qua io, non ti può succedere niente di male, “e adesso whisky.”
E’ corsa in salotto, ha effettuato una ancor più pericolosa scalata alla volta del mobile bar ed è tornata giù con la bottiglia fra le braccia. Ha versato il liquido nella bottiglia, innaffiando coscienziosamente lo spaghetto. Nei miei occhi è apparsa la visione di gerani ubriachi intonare inni goliardici.
“E ora?”, mi ha domandato con il pugno chiuso sotto il mento, come la statua del pensatore a Parigi, “chissà cosa spunta fuori…”
“E ora sicuramente un pezzettino di sapone”, ho detto conducendola in bagno. E il ragionamento che ho fatto è questo: sicuramente spunterà fuori un mostro alcolizzato, ma almeno sarà pulito. E abbiamo introdotto nella bottiglia anche il pezzettino di sapone. Giulia ha mischiato con competenza il tutto.
“Adesso un po’ di cenere”, ho detto per avere la scusa per fumare, “è noto che nessuna vera pozione può fare a meno della cenere.”
“Ti fanno male le sigarette”, ha detto Giulia. Ogni volta che me lo dice usa un tono che mi fa sentire addosso una dozzina di tumori.
“Una…”, ho detto spalancando la finestra, in modo che quantomeno non faccia male a lei. Ho appagato l’orrendo vizio sotto i suoi occhi costernati, ma adesso anche la cenere fa parte dell’intruglio.
“Ora?”, ha chiesto Giulia.
“Ora… coriandoli, ce li hai ancora dei coriandoli?”, ho chiesto.
“No, carnevale è finito da un pezzo”, ha detto Giulia.
“Non importa, i coriandoli ci sono sempre in una casa”, ho detto andando in camera sua, “dov’è il tuo vestito di carnevale?”
Ha aperto l’armadio e l’ha tirato fuori.
Si era travestita da bambina.
Però un coriandolo l’abbiamo trovato, attaccato con ostinazione a una manica della piccola camicia. Ho fatto fatica a staccarlo, sembrava che sapesse di essere l’ultimo coriandolo rimasto in casa e non volesse turbare la distribuzione sul territorio della specie.
“Spaghetto crudo, whisky, sapone, cenere, coriandolo”, ha riassunto Giulia, “manca qualcosa?”
“Manca la cosa più importante di tutte”, ho detto con fare misterioso, ma intanto pensavo: e se adesso non ti viene in mente niente, come ti giustifichi?
“Cioè?”, ha chiesto Giulia.
“Prova a pensarci…”, ho preso tempo. Mi chiedo perché continuo a tentare di mostrarmi superiore a lei con questi stupidi trucchi, “… proprio non ti viene in mente?”
“No”, mi ha inchiodato Giulia. Ma per fortuna è venuto in mente a me: “Petalo di geranio, altrimenti gli altri gerani non riconoscono la pozione e non l’accettano nella loro terra.”
“E’ vero”, ha ammesso Giulia, “bravo.”
Abbiamo strappato un petalo e lo abbiamo mandato a rendere un po’ più gentile il veleno. Per la verità Giulia ne avrebbe voluti strappare altri sette (“almeno quattro”) ma sono riuscito a convincerla che se ne avessimo messi troppi poi sarebbe spuntato un altro geranio e allora era meglio andarselo a comprare direttamente.
“Hai ragione”, ha ammesso per la seconda volta Giulia, “vedi che non sei stupido?”
“E adesso la lasciamo riposare”, ho detto e, data un’ultima agitata alla bottiglia, l’ho appoggiata sul tavolo in salotto.
“Guardiamo un po’ la televisione?”, ha chiesto Giulia.
“No, la televisione fa male, giochiamo a qualcosa”, ho detto io.
“No, voglio vedere la televisione…”, ha protestato Giulia.
“Niente televisione”. ho detto io, con fermezza.
Abbiamo guardato la televisione.
“Oggi la mamma me l’ha fatta vedere solo tre quarti d’ora”, mi ha spiegato, “e io posso vederla un’ora al giorno.”
“E va bene”, ho acconsentito, “un quarto d’ora di televisione e poi subito a letto ché sono già le dieci meno un quarto.”
Ha acceso la televisione e si è impadronita del telecomando. Ha scelto un film in cui un uomo e una donna si baciavano con ardente passione.
“Si baciano?”, se ne è voluta accertare Giulia.
“Sì”, ho risposto imbarazzato. Lei se ne è accorta e mi ha sorriso con comprensione: guarda che è una cosa assolutamente normale, sembrava volesse dirmi. Poi ha cambiato canale: una studentessa stava cercando di trovare il coraggio per telefonare a qualcuno.
“E’ innamorata?”, ha indagato Giulia.
“Sembra”, ho risposto in un eccesso di garantismo, “bisognerebbe vedere cosa succede dopo.”
Ma Giulia ha di nuovo cambiato canale: due vecchietti camminavano mano nella mano verso il tramonto. Altro canale: una scrittrice parlava del suo ultimo romanzo d’amore.
“Tu sei fidanzato?”, ha chiesto Giulia.
“Scaduto il quarto d’ora”, ho detto e ho spento la televisione, “pigiama.”
Di solito è Giulia a prendere l’iniziativa: alle dieci in punto scatta in piedi, si spoglia, si lava, si infila il pigiama, mi da un bacetto sulla fronte, si mette sotto le coperte, mi racconta una favola e si addormenta. Durante le operazioni io l’aiuto. O meglio: lei mi aiuta ad aiutarla. Oggi è voluta andare a fondo nella questione.
“Sei fidanzato?”, ha insistito.
“No”, ho detto portandola di peso in bagno.
“E perché non sei fidanzato?”, ha detto Giulia, rassegnata a lavarsi. Sentendo che non rispondevo, ha continuato:
“Scusa, tutti sono fidanzati, la mamma è fidanzata col papà, lo zio con la zia, il nonno con la nonna…”
“Mettiti il pigiama.”
“… in televisione sono tutti fidanzati, tu perché non sei fidanzato?”
L’ho infilata di forza sotto le coperte.
“Cosa sei, l’unico che non è fidanzato?”
“Adesso devi addormentarti.”
“No, aspetta”, si è ribellata Giulia. E’ scesa dal letto per augurare la buonanotte ai peluche:
“Buonanotte Giulia, ‘notte Giulia, ‘notte Giulia, ‘notte Giulia…”
Si è rimessa a letto, ma gli occhi le sono rimasti aperti.
“Allora?”, mi ha chiesto.
“E tu sei fidanzata?”, le ho detto io.
“Sì”, ha risposto Giulia, “con te.”
“Buonanotte”, le ho detto e le ho offerto la fronte. Lei si è tirata su coi gomiti e mi ha dato il bacetto.
“Buonanotte”, mi ha detto.
Ho spento la luce e sono tornato in salotto. Adesso dovevo aspettare che tornassero i suoi genitori.
La televisione è accesa. L’uomo e la donna di prima si stanno ancora baciando con immutata passione, la studentessa sta baciando uno studente, forse quello a cui doveva telefonare, il vecchietto e la vecchietta stanno quasi per raggiungere il tramonto, sempre mano nella mano, la scrittrice sta parlando del suo ultimo romanzo d’amore.
Tu sei fidanzato? Perché non sei fidanzato? Tutti sono fidanzati. Cosa sei, l’unico che non è fidanzato? Allora?
Alle undici arrivano i genitori.
“Dorme?”, bisbiglia subito la madre.
“Sì, alle dieci in punto l’ho messa a letto”, rispondo sempre a bassa voce.
“E’ andato tutto bene?”, chiede il padre.
“Benissimo. Dove siete andati alla fine?”
E due si guardano e i loro occhi fiammeggiano d’amore. Mi sorridono con complicità e io ricambio il sorriso facendo finta di essergli complice.
“E quella cos’è?”, dice poi la madre notando la bottiglia.
“E’ una pozione magica”, spiego, “Giulia la voleva versare sui gerani, ma l’ho convinta ad aspettare domani mattina, cos le chiede il permesso.”
“E cosa c’è dentro?”, chiede il padre assecondandomi.
“Uno spaghetto crudo, un pezzo di sapone, un coriandolo e un petalo di geranio”, elenco omettendo whisky e cenere. En quel momento si sente lo zampetto di piedi nudi sul pavimento del corridoio. E’ Giulia. Si stropiccia gli occhi assonnati e trattiene uno sbadiglio.
“Be’?”, dice la madre, “non si dorme?”
“Posso versare la pozione nella terra dei gerani?”, chiede Giulia con uno sguardo che minaccia insonnia in caso contrario.
“Va bene, va bene”, sospira la madre, “male più di tanto non gli farà. Però poi subito a letto.”
“Bene”, dice Giulia abbrancando a due mani la bottiglia e dirigendosi implacabile verso il terrazzo.
“Aspetta”, dice il padre, “prima di versare devi esprimere un desiderio: cosa vuoi che spunti?”
Rapida occhiata esperta tra madre e padre: qualunque sia il desiderio, loro lo esaudiranno costruendo una pianta fruttificata dai desideri della figlia.
“Una pianta di caramelle?”, dice la madre.
“Una pianta di peluche?”, dice il padre.
“Una pianta di coriandoli?”, dico io.
“No, voglio che spunti una fidanzata per te”, dice Giulia guardandomi.