{"id":951,"date":"2020-04-13T10:56:58","date_gmt":"2020-04-13T08:56:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.matteobb.com\/tina\/?p=951"},"modified":"2020-04-13T17:14:49","modified_gmt":"2020-04-13T15:14:49","slug":"eleonora-c-caruso-casa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.matteobb.com\/tina\/eleonora-c-caruso-casa\/","title":{"rendered":"Eleonora C. Caruso, Casa"},"content":{"rendered":"<p>Per convenzione viene attributo al concetto di \u201ccasa\u201d ogni sorta di connotazione positiva: amore, calore, affetto, nostalgia. Nella realt\u00e0 i sentimenti verso l\u2019abitazione da cui proveniamo possono essere assai pi\u00f9 complessi e contraddittori. Lo illustra molto bene Eleonora C. Caruso con questo racconto nel quale la casa diventa un luogo dove resistere per sopravvivere e i difetti acquistano lo status di normalit\u00e0. In un simile contesto, una gita all\u2019Ikea ha il sapore dell\u2019evento e l\u2019acquisto di un semplice mobiletto rappresenta una conquista. Anche se i sentimenti di base, quelli profondi, rimangono immutati per sempre.<\/p>\n<p>&#8212;<\/p>\n<p><strong>Eleonora C. Caruso, <em>Casa<\/em><\/strong><\/p>\n<p>&#8212;<\/p>\n<p>Quand\u2019era bambina preferiva qualsiasi altra casa alla loro casa. Le sembravano tutte pi\u00f9 nuove, pi\u00f9 belle, pi\u00f9 comode. Aveva ragione.<\/p>\n<p>Madre la chiamava \u201cla casa di merda\u201d. Diceva sempre: \u201cAppena si pu\u00f2 ce ne andiamo, da questa casa di merda\u201d. Erano rimasti l\u00ec ventitr\u00e9 anni.<\/p>\n<p>La prima cosa a cui si andava incontro, entrando dalla porta, era la rampa di scale di pietra. Sulla sinistra c\u2019erano il garage e un sottoscala, che fungeva da rimessa per la legna e luogo di villeggiatura per i topi. Non spesso, ma nemmeno raramente, i villeggianti salivano su fino in casa, e a quel punto loro gli davano il nome di \u201cinquilini\u201d. Una sera, mentre Lei cenava con Madre e Sorella, un Inquilino s\u2019era attaccato alla trappola di colla sotto il frigorifero e si era messo a urlare e a dimenarsi, costringendo Madre a vincere il ribrezzo quel tanto che bastava per avvicinarsi e coprirlo con un secchio. Quello era rimasto l\u00ec a gridare per tre ore, il tempo necessario affinch\u00e9 Padre ritornasse dal turno due \u2013 dieci e si trovasse da buttare, anzich\u00e9 un comune topo, una creatura idofoba identica a quelle a cui sparava in testa giocando a <em>Resident Evil 2<\/em>. Scaricatolo nel water con una combinazione di guanti e bastoni, Padre aveva detto \u201cGuarda che fanno schifo anche a me\u201d, cosa che Lei aveva trovato sconcertante; era convinta che gli fossero del tutto indifferenti, altrimenti perch\u00e9 restare in una casa coi topi?<\/p>\n<p>Il problema dei topi aveva iniziato a manifestarsi negli anni il cui avevano smosso la terra per costruire un set di sei villette a schiera proprio l\u00ec di fronte. Le casette di qualcuno venivano su perfette, un mattoncino dopo l\u2019altro, bianche e geometriche come scolpite a partire da gigantesche zollette di zucchero. Certi pomeriggi Lei infilava le gambe e le braccia nella ringhiera di una porta finestra e le guardava, immaginando di vivere l\u00ec. Contrariamente a quello che pensano alcuni, non serve crescere molto per iniziare a capire che a volte la vita \u00e8 una fregatura.<\/p>\n<p>Dopo due rampe di scale c\u2019era un lungo corridoio, il cui pavimento sembrava scelto apposta per assorbire la luce. Il lampadario faceva del suo meglio, ma oltre che dall\u2019et\u00e0 era provato anche dalle infinite pallonate ricevute nel periodo in cui Lei era in fissa con la pallavolo \u2013 periodo innescato dalla visione del cartone animato <em>Mila e Shiro<\/em> e durato per tutte le elementari. Una spaziosa nicchia fungeva da cuccia per Cane, che soleva essere il primo ad accogliere i topi in arrivo con timorosi abbai e correnti generate dal rapido abbassarsi delle orecchie. Era un pastore tedesco di novanta chili.<\/p>\n<p>Altra <em>feature<\/em> del corridoio era la porta sempre chiusa di un losco solaio parzialmente scoperchiato. L\u00ec davanti, mentre stavano chiss\u00e0 perch\u00e9 giocando con una cassetta degli attrezzi, Lei aveva chiss\u00e0 ancora di pi\u00f9 perch\u00e9 strizzato con una tenaglia la schiena semi-nuda di Sorella, dandole oltres\u00ec convintamente della stronza.<\/p>\n<p>Sorella, nella vita, avrebbe preso decisioni che per eufemismo qui definiremo \u201ccontroverse\u201d, dalle quali Lei avrebbe sempre provato a dissuaderla, ma che dire? Visti i presupposti, la fiducia era quella che era.<\/p>\n<p>Il riscaldamento centralizzato non c\u2019era. L\u2019ingrato compito di contrastare la tendenza al gelo di quei muri spessi era affidato ad una sola stufa a legna, piazzata in cucina e reclutata in seguito a un ciclo di pellegrinaggi da un ipermercato all\u2019altro durato un anno (o quindici, a sentire Lei e Sorella), alla ricerca della miglior qualit\u00e0-prezzo.\u00a0 Affinch\u00e9 si scaldassero almeno le stanze adicenti, la stufa andava a massimo regime. Tali stanze erano quindi tiepide, tranne la cucina stessa, dove ti sudavano anche i denti. Per anni tutti gli occhiali da vista di Lei si sarebbero rigati e offuscati: shock termico, diceva l\u2019ottico.<\/p>\n<p>\u201cShock termico\u201d sarebbe stato anche un buon titolo per l\u2019epica cavalleresca che era l\u2019atto di vestirsi ogni mattina. Essendo che la casa congelava nottetempo, Madre o Padre si svegliavano per primi per accendere la stufa, cos\u00eccch\u00e9 le figliolette non incontrassero una fine dickensiana mentre si toglievano il pigiama. Tale gesto, in quanto eroico, non poteva essere altro che completamente inutile: alla stanza occorrevano minimo due ore per scaldarsi, e la salute della fiamma era comunque imprevedibile. Nelle mattine umide, ad esempio, la stufa ruttava fumo e basta, ed era inutile tentare di convincerla a far meglio. Visto che non c\u2019era neanche l\u2019acqua calda, nei momenti disperati Lei ficcava le mani sopra il vapore di un pentolino d\u2019acqua che bolliva per il t\u00e8. Sarebbe bello dire che, a un certo punto, si abitu\u00f2 a cambiarsi in compagnia dei coniglietti di condensa generati dal suo respiro, ma no. Per niente.<\/p>\n<p>A Madre non piacevano i mobili di Ikea, o almeno cos\u00ec diceva. Della prima volta che avevano attraversato la regione apposta per andarci, ricordava solo le polpette con la marmellata, e neanche quelle le erano piaciute.<\/p>\n<p>La stanza che nei primi anni della vita di Lei aveva assuto il nome di \u201cstanza dei giochi\u201d \u2013 anche se \u201cdiscarica\u201d o \u201crimessa\u201d sarebbero stati altrettanto adeguati \u2013 si era trasformata, a un certo punto, nel salotto.<\/p>\n<p>Stranamente esente da disagi significativi, il salotto era per\u00f2 terra di faide che vedevano al centro l\u2019uso del PC. A dire di Padre, Lei ci scriveva battendo troppo forte sulla tastiera, impedendogli di guardare la televisione. A dire di Lei, Padre guardava la televisione a volume troppo alto, impedendole di scrivere. A dire di Madre, invece, il problema era molto pi\u00f9 semplice: quel PC non era un Mac, quindi era un cesso.<\/p>\n<p>\u201cUn computer di merda per una casa di merda\u201d, diceva.<\/p>\n<p>Dalla cucina si accedeva al terrazzo. Era l\u2019unica cosa che Madre gradisse, perch\u00e9 era grande e ci stavano molte piante, ma era sfortunatamente anche flagellato su tre piani dalla cinepanettonica presenza di vicini stereotipici.<\/p>\n<p>Piano terra, la vecchia impicciona. Nonostante i suoi trecentocinquant\u2019anni circa, avrebbe visto una farfalla posarsi sul Pirellone. Fissava cos\u00ec intensamente il loro terrazzo, e la porta finestra con esso, che un giorno chiam\u00f2 Sorella per chiederle: \u201cMa cosa sono le cose che girano?\u201d. Si riferiva al ventilatore da soffitto in cucina. Valutarono di attaccarci un cartello con scritto: \u201cSi faccia i cazzi suoi\u201d.<\/p>\n<p>Primo piano,\u00a0 confinante al loro, la nemesi di una famiglia piemontese: una famiglia romana. A separare i due terrazzi c\u2019era solo un cancelletto basso, che questi adoravano varcare a caso. Un giorno, mentre loro pranzavano, si trovarono di colpo la vicina al tavolo, che s\u2019era autoinvitata a prendere un caff\u00e8. Molte leggi umanitarie furono impugnate, quel giorno, per convincere Madre a non agire d\u2019istinto, ma il giorno dopo ammass\u00f2 tutti i vecchi mobili inutilizzati nel solaio davanti al cancelletto, bloccando cos\u00ec il passaggio. Come si farebbe in una zombie apocalypse.<\/p>\n<p>Terzo e ultimo piano, davanti a loro, \u201ci conigli\u201d. Era Nonna a chiamarli cos\u00ec, perch\u00e9 erano pieni di figli. Uno di loro aveva un hobby: pisciare gi\u00f9 dal balcone. La vecchia impicciona non ne era felice.<\/p>\n<p>C\u2019era un\u2019altra cosa in terrazzo, oltre alle piante e al disagio, cio\u00e8 \u201cla casetta\u201d. Si trattava di una medio-piccola struttura in compensato con tanto di porta, tetto a punta e finestrelle. Lei adorava stare l\u00ec. Adorava disegnare con i pennarelli sopra le pareti, adorava riempirla di piccoli oggetti per immaginare di viverci. Adorava anche solo sdraiarsi e fissare il soffitto, in penombra, respirando col naso l\u2019odore di trucioli e assaporando quel senso di padronanza di s\u00e9 nello spazio che certi di noi hanno provato solo da bambini.<\/p>\n<p>A volte entravano anche i figli dei vicini, nella sua casetta, il maggiore dei conigli (forse otto anni) e la minore dei romani (forse nove). Lei ne aveva forse cinque. Un giorno tra di loro successe qualcosa che fece sparire la casetta. Padre la smont\u00f2 e, nonostante le insistenze, non la rimont\u00f2 mai pi\u00f9. Finirono per venderla.<\/p>\n<p>Lei non fu pi\u00f9 cos\u00ec tranquilla com\u2019era stata l\u00ec.<\/p>\n<p>Quando decise di lasciare la camera al caldo che condivideva con Sorella, per perseguire i suoi primi adolescenziali pruriti di indipendenza, Lei si trasfer\u00ec nella pi\u00f9 esterna e fredda della casa. Se almeno nella zona con la stufa a legna i muri si scaldavano abbastanza da conservare, anche di notte, le tracce di una vita umana, allontanandosi da l\u00ec era <em>hic sunt pinguines<\/em>.<\/p>\n<p>In quest\u2019area delle dimensioni di un trilocale milanese, era una vecchia stufa di metano a scaldare tutto. Va da s\u00e9 che non scaldasse affatto. In inverno Lei dormiva cos\u00ec: lenzuolo, coperta di pile, coperta di lana cotta, piumino, corpiletto, pigiama di pile, doppio paio di calze di cui uno peloso, ulteriore felpa di pile. La faccenda era addirittura peggiorata quando un vicino di casa, a furia di abbattere muri per allargare abusivamente casa propria, era finito in camera sua. Letteralmente. Ci aveva fatto un buco, poi coperto alla buona con della plastica isolante da entrambi i lati.<\/p>\n<p>Unico pregio della stanza, il bagno era l\u00ec accanto. Peccato fosse una trappola tipo Die Hard, in cui ogni operazione era tortuosa.<\/p>\n<p>L\u2019acqua del lavandino ci metteva una vita a scaldarsi. Anche quella della vasca, e il braccio della doccia non la miscelava neanche bene. La lavatrice scaricava l\u00ec dentro, quindi era meglio non lavarsi mentre era in funzione. Anzich\u00e9 un tappeto, come tutti i cristiani, loro per non scivolare sul pavimento usavano i vestiti sporchi.<\/p>\n<p>Farsi la doccia era faticoso, ma non quanto farsi il bidet. E questo perch\u00e9 non c\u2019era, il bidet. O meglio, c\u2019era ma era rotto da sempre, ed era stato quindi convertito a comodo porta-riviste dove accumulare gli <em>AutoOggi<\/em>. Per lavarsi bisognava: appollaiarsi sul sottile e freddo marmo della vasca, assumere una posizione di tai-chi che neanche Ranma durante l\u2019allenamento in Cina, raccogliere l\u2019acqua lontanissima con le mani a coppetta, portarne almeno un po\u2019 a destinazione, il tutto mezza nuda.<\/p>\n<p>L\u2019acquisto di una stufetta portatile per il bagno era stato motivo di lunghe lotte tra Lei e Padre, ma erano tutte finite cos\u00ec: \u201cLa paghi tu?\u201d.<\/p>\n<p>Dopo la volta delle polpette, erano tornati da Ikea solo molti anni dopo, per sua insistenza. Ormai ventenne, Lei era stufa di vedersi circondata dagli stessi mobili della sua infanzia, ai quali si erano aggiunti \u2013 senza soluzione di continuit\u00e0 \u2013 anche tutti quelli scartati dalle altre stanze che Padre si ostinava a conservare. Le sue amiche avevano iniziato a possedere case intere. C\u2019era sempre un genitore che affittava, una nonna che regalava, una zia che lasciava un\u2019eredit\u00e0. A Lei bastava una stanza che somigliasse a quelle dei cataloghi, un luogo su misura che nessuno potesse pi\u00f9 invadere, smontare, vendere.<\/p>\n<p>Arrivati da Ikea, Padre disse: \u201cPuoi prendere una cosa sola\u201d.<\/p>\n<p>Lei and\u00f2 nel panico. Scelse un\u2019orrenda mensola triangolare verde acido, che non reggeva niente.<\/p>\n<p>L\u2019ultima stanza malamente scaldata a metano era quella dei suoi genitori. Era una stanza inutilmente grande, abbastanza perch\u00e9 Lei, da bambina, giocasse a attraversarla a bordo di Bimbone, un pupazzo gigante che perdeva pallini di polistirolo dalla pancia e fungeva, in quel caso, da zattera. Tra i vari mobili c\u2019era cos\u00ec tanto spazio che sembrava fossero in castigo, costretti ognuno dietro una lavagna. Unica eccezione, il letto e i comodini. Cio\u00e8 era rilevante in quanto Lei, saltando sul letto, era atterrata di faccia su un comodino. Stava mettendo in scena un episodio di <em>Candy<\/em>, quello in cui Susanna si getta in avanti per salvare Terence dalla caduta di un riflettore. Dannato Terence.<\/p>\n<p>In famiglia odiavano le foto, ma le poche che c\u2019erano era l\u00ec, in camera dei suoi. Di tutte la pi\u00f9 vecchia era quella in una piccola cornice finto oro con le rondini, che immortalava Lei a circa tre mesi, tutta nuda e baldanzosa, pancia in gi\u00f9 e chiappette per aria, al centro esatto del lettone. Quando quella foto era stata scattata, Madre e Padre avevano diciotto anni. Chiss\u00e0 se, entrando in quella fredda stanza vuota, avevano solo pensato, oppure se l\u2019erano detti, che ci sarebbero rimasti poco, in quella casa di merda. Il tempo di risparmiare qualcosa, trovare di meglio. O forse chiss\u00e0, magari mentre scattavano quella foto non avevano pensato affatto che fosse una casa di merda, ma solo: \u00e8 la nostra casa.<\/p>\n<p>(A corollario del racconto, \u00e8 necessario apporre la breve conversazione telefonica sul tema intercorsa tra Lei e Madre:<\/p>\n<p>\u201cHo scritto una roba sulla nostra vecchia casa.\u201d<\/p>\n<p>\u201cOh Signur. Dovevi proprio?\u201d<\/p>\n<p>\u201cMa come? Anzich\u00e9 ringraziarmi perch\u00e9 conservo i nostri ricordi!\u201d<\/p>\n<p>\u201cPer carit\u00e0.\u201d<\/p>\n<p>\u201cMaronna, che poesia. Vabb\u00e9, a \u2018sto punto: per gli scarafaggi va meglio il veleno in spray o in gocce.\u201d<\/p>\n<p>\u201cPrima le formiche, \u2018mo gli scarafaggi?\u201d<\/p>\n<p>\u201cEh, tanto entrano dallo scolo sul terrazzo. Ce n\u2019\u00e8 sempre una, in sta casa di merda.\u201d)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per convenzione viene attributo al concetto di \u201ccasa\u201d ogni sorta di connotazione positiva: amore, calore, affetto, nostalgia. 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