Roberto Cescon, Un sabato sera

E’ difficile rendere fedelmente sulla pagina il gergo giovanile. Pochi ci riescono. Quando mi ha consegnato i suoi racconti, Roberto Cescon me li ha presentati in modo molto modesto e divertente. Mi ha detto: – Prima scrivevo poesie o cose serie e non piacevano a nessuno. Poi ho cominciato a scrivere storie piene di parolacce e adesso piacciono a tutti -. Dopo aver letto diversi dei suoi testi, posso tranquillamente affermare che non è affatto la presenza di “parolacce” a renderli interessanti, ma questa naturale abilità di riprodurre in modo credibile e funzionale il linguaggio odierno, i suoi neologismi, la sua approssimazione. Un mondo in cui i protagonisti invece di mancare agli appuntamenti “paccano”, invece di fuggire “telano” e invece di accomodarsi in macchina “si insardinano”. E il suo ritratto di una serata in una disco di provincia suona veramente, profondamente generazionale.

UN SABATO SERA

Eravamo io, Matisse, Kristian e Cruise nella Ibiza di Kristian. La musica a palla, il pedale a manetta.
Come ogni sabato, la scommessa è fare qualcosa di diverso, ma dopo tutto il nostro girare come trottole alla deriva alla fine ci si ritrova sempre negli stessi posti con le stesse facce (a lamentarsi di quei posti). Giriamo anni a variare un repertorio identico nelle sue impalcature senza sapere cosa veramente vogliamo.
Ginger aveva paccato. Ginger – al secolo Giorgio – fa economia aziendale a Udine. Anche lui è uno di quei cani da ferma che si fanno grandissime seghe mentali sul futuro, sul lavoro, ma poi se ne resta ingessato come tutti noi.
“Perché pacchi, Ginger?”.
“Perché altrimenti la Anna mi tira merda”.
Anna è la sua morosa morbosamente gelosa. Ginger ne soffre, ma ci resta attaccato. In un angolo del suo io vorrebbe venire con noi, a fare quello che non puoi fare con nessuna ragazza, ma il pensiero delle sfuriate di Anna lo blocca. Quanto siamo coglioni noi uomini quando siamo innamorati.
Così immola il sabato sera con noi per un (santissimo) incontro ravvicinato con Anna, un margarita sforzato e il bacino della buonanotte presto perché se no i suoceri s’incazzano.
“Che uomo merda che sei, Ginger”.

Dicevo, eravamo io, Matisse, Kristian e Cruise nella Ibiza di Kristian. Kristian si è preso la Ibiza dopo un viaggio mistico a Ibiza dove ha trovato il paradiso terrestre per la house, le troie pornstar e le pasticche (“Là se ne trovano che qui neanche le sognamo”).
Io chiedo: “Dove andiamo?”.
Cruise: “Sta’ calmo, sempre il solito ansioso. Intanto adesso andiamo in zona industriale – si volta verso Matisse – Dai, Matisse, lavora”.
Matisse esegue l’ordine. Da una tasca tira fuori le cartine, dall’altra il pannetto di fumo. Nel sedile c’è un invito del TNT per i filtrini.
Kristian a Cruise: “Com’è andata ieri sera con la Stefy?”.
“Me la sono scopata. Ci sa fare, e ha due tette mondiali”.
Risata generale.
Kristian: “Anch’io una volta me la vorrei fare…”.
Matisse, dal suo laboratorio: “Per fartela devi entrare in un gruppo, suonare qualcosa, sai com’è lei, ma finché ti spacchi i neuroni con le ranette e ti fai i rasponi davanti a Penthouse non ce la farai mai”.
Cruise: “Te la devi sudare, Kri, credi che sia così facile?”.

Arriviamo al nostro solito posto, la grande quercia dietro le ultime fabbriche della zona industriale. Luci in lontananza, silenzio assoluto. Kristian spegne la Ibiza. Abbassiamo i finestrini.
Matisse accende e passa a Cruise, che fa due tiri e passa, guardando le stelle, a me. Io rimango a osservare la canna a bandiera. Matisse è un artista.
Kristian mi urla: “E dai… devi scriverci una poesia con quel rullone?”.
Matisse: “Muoviti, non vedi che Kri è in astinenza?”.
Faccio due tiri e passo a Kri, che divora il resto.
Chi ci regalerà ancora questi momenti di pace surreale, i problemi lontani, con le stelle, i grilli, e gettare per un istante la spugna sul ring di questa vita di merda?
Cruise: “L’altra sera sono andato a vedere About a boy, quello con Hugh Grant”.
Matisse: “Com’è?”.
“Non male. Molto identificante. È la vita di un uomo sulla trentina che non fa un cazzo dalla mattina alla sera, non vuole legami e si scopa tutte quelle che gli cadono nel mirino”.
Io: “Ci sei andato da solo?”.
“No, con la Ale”.
“E con lei?”.
“Con lei cosa?”.
“Dopo il cinema…”.
“Lascia perdere. Ho bucato”.
Io: “Cruise che buca?”.
“Le ho detto che mi identificavo molto in Hugh Grant, che anch’io non tenevo voglia di metter su famiglia, di incassettarmi nelle regole”.
“E lei contenta, immagino?”.
Matisse mi passa un’altro cannone.
“Si è messa a piangere. Ha detto che mi pascolava attorno da mesi, come hai fatto a non accorgerti, che pensava che tra noi ci fosse qualcosa di più, e invece tu mi fai questi discorsi strani”.
Matisse: “Che coglione! E poi?”.
“le ho detto che… anche Hugh Grant nel finale del film in qualche modo era cambiato, tutti cambiano, perché prima o poi arriverà il momento di far le cose serie”.
Io: “Ah, bella giustificazione! E lei si è bevuta ‘sto campanile in corner?”.
“Mi ha chiesto di riportarla a casa e quando siamo arrivati davanti al suo cancello con gli occhi lucidi mi ha detto che era meglio non vederci più”.
Kristian: “Bruciata la Ale…”.
“…Non avevo mai pensato di mettermi insieme, mi è dispiaciuto, ma…”.
Kri: “Dai, uomo merda, dove andiamo a farti ubriacare stasera?”.
Cruise: “Lì in officina finito tutto, Matisse?”.
“Sì”.
Kri: “Andiamo al TNT?”.
Consenso unanime. La Ibiza si lancia assieme al CD di Dimitri from Paris, pompato dai subwoofers, dagli ampli e dai tweeters.

Appena fuori Portogruaro, troviamo sul ciglio della strada due tipe mezze dilaniate che fanno l’autostop.
Kri: “Le prendiamo?”.
Cruise: “E me lo chiedi? Fermati, no?!”.
Ci fermiamo. Abbasso il finestrino. Le tipe si mettono a ridere, di una risata tra l’alcolico e il chimico, o probabilmente entrambi. Noi ci guardiamo come per dire Bene, e pensa che è solo l’una di notte.
Una tipa fa: “Ci date uno strappo fino al TNT?”.
Adesso le guardo meglio. Una è mora, due chili di fondo sulla faccia, bel fisichino (solo i fianchi un po’ abbondanti ma passabili), top trasparente e golfino nero corto della serie Volevo lasciarlo a casa ma mia mamma all’ultimo mi ha rotto i coglioni che solo con il top prendevo freddo e così ho preso la cosa più corta che avevo che mi coprisse le spalle e le ho sbattuto la porta.
L’altra è mora con i riflessi rossi, occhi verdi, più lolitina, con le tettine a pera, jeans stampati, canottiera panna con i capezzoli stampati e scarpe a punta con tacco chilometrico.
Matisse: “Due dame senza cavalieri?”.
Le tipe ridono.
Cruise: “Dai, montate su”. Cruise ha usato montate di sicuro per comunicare subliminalmente come vorrebbe s’involasse la seratina.
Le tipe ridono. Ridono e basta.
Le facciamo salire dietro. Cruise bestemmia il cielo per voler sempre stare davanti.
Io e Matisse ci insardiniamo dietro con le tipe.
la Ibiza riparte.
Io: “Come vi chiamate?”.
Quella col top: “Io Lara”.
La lolitina: “Io Sonia”.
E ridono.
Io: “Staremo un po’ stretti… per voi non è un problema, vero?”.
Si guardano, ridono: “Noooo”.
“Di dove siete?”.
“Di Porto”.
“Anch’io. E voi?”.
“Siamo tutti di C.”.
“Dove?”.
“Vicino Pordenone…”.
“Ah…”.
“E cosa fate?”.
“Io la commessa in un negozio di scarpe”.
“Io studio Giurisprudenza a Udine”.
Cruise: “A Udine? Anch’io…”.
Lara lo placca: “Avete da fumare?”.
Cruise: “Nno…abbiamo appena finito..”.
Matisse: “No no, c’è n’è ancora”.
Cruise: “Bastardo!”.
Matisse: “Per due ragazze così belle questo e altro”.
Io: “E voi cosa ci date in cambio?”.
Sonia si struscia contro di me: “Tu cosa vuoi?”.
“Quello che hai”.
Mi bacia il collo e mi tocca la coscia. Io, con la voce un po’ provata: “Sì… mi piace”.
Anche Lara di là sta lavorando con Matisse.
Kri e Cruise si guardano con gli ormoni giganti come pizze.
Le facciamo fumare, e anche noi.
Ci baciamo, Sonia mi sbottona la camicia e mi bacia il petto. Sensazionale.
Arriviamo al parcheggio del TNT. Scendiamo dalla Ibiza.
Lara e Sonia continuano a ridere, oscillando come pendoli ubriachi.
A un certo punto, Cruise, calamitato dal culetto tangato di Sonia, non riesce più a trattenersi: la afferra per le braccia e la spinge sul cofano di una BMW grigia parcheggiata, le tocca le tette, e bussa con il mastino sulla sua patatina.
Come rinsavendo da un incubo, Sonia grida: “Ma che cazzo fai?”. Si libera e gli sferra un calcio tremendo, proprio là, il centro delle sue brame, con la scarpa a punta.
Cruise si accascia a terra come un palloncino sgonfiato, pallido, senza fiato. Noi ci avviciniamo, preoccupati.
Sonia sputa in faccia a Cruise: “Stronzo”.
E se ne vanno.
Kri: “Cazzo, che botta!”.
Matisse: “Però, la tipa, corso di autodifesa”.
Io: “Sei sempre il solito, Cruise. Salti addosso a tutte…abbi un po’ di pazienza, due gin tonic e ci potevi fare quello che volevi”.
Cruise: “Fanculo, tanto tu non saresti stato capace di arrivare fino in fondo, perché stai ancora pensando a Giulia”.
Questo è un gran bel colpo basso. Mi sono lasciato con Giulia da cinque mesi. Sto cercando di dimenticarla con tutte le mie forze, ma quando mi dicono frasi del genere finisco per paranoiarmi all’infinito.
Abbasso gli occhi: “Fanculo, Cruise”.
Cruise, rivolgendosi a Matisse: “Comunque tu sei un grande bastardo. Mi avevi detto che era finito tutto e poi…”.
Matisse: “Non rompere i coglioni, l’abbiamo usata per una giusta causa”.
Rialziamo Cruise. E ci dirigiamo verso l’entrata del TNT. C’è la fila.
Kri: “Guardate, le due puttane sono già entrate”.
Cruise: “Ma che vadano a prenderselo…”.
Uno della security, un armadio di due metri con il tatuaggio di un serpente avvolto in una pistola, ci fa: “Ragazzo, modera tono e linguaggio”.
Cruise sta per reagire, ma Matisse gli dà una gomitata sulla milza e Cruise tace. Per il bene di tutti noi. Sorridiamo alla security come una comitiva di suore al cineforum e lui ci fa passare.
Entriamo al TNT. Sono quasi le due. La pista è piena, la musica a palla che si smascellano le tonsille se parli con qualcuno.
Tutti tentano di urlare qualcosa, ma alla fine le battute cadono sempre sulle fighe. Fighe imperiali. Fighe aliene. Carine. Scherzi di natura. Orrori. Simpatiche (simpatica è sinonimo di una mucillaggine incancrenita). Fighe di qua, fighe di là. Fighe e basta. Basta che respirino.
Sì, perché tutte le fighe, anche a livello di quelle imperiali, hanno sempre qualche difetto, per tutti questi critici idealisti, anche se poi li trovi assieme a dei cessi vaganti (che fanno mal comune mezzo gaudio con quei poveri cretini) o viveversa a delle vere e proprio miss che, in cambio della loro presenza 90 60 90, si fanno autistare e strapagare i loro capricci stizzosi.

Dopo una sosta al banco degli alcolici, dove c’è sempre una barista peperina (dicacula puella) che sembra voglia provarci proprio con te, Kri propone: “Dai, non stiamo qui in sala commerciale, andiamo in Kamasutra… C’è Kenny Dope Gonzales”.
In Kamasutra la gente è più strana, dal vestire, molto più ricercato, anche quando lo stile è finto-clauchard, agli occhi, specchio dell’anima chimica.
Su un divanetto c’è il farmacista del sabato sera con una schiera di pargoli intorno. Su un altro c’è un albània che dispensa della giamaica fradicia di ammoniaca.
Kristian, scatenato, batte la testa, si muove come un cretino, e strilla: “Buttiamoci in pista!”.
Lo seguiamo, io non tanto convinto. Mi sono sempre sentito un cretino a ballare, ma il bello della discoteca è che nessuno si accorge se sei un’incudine.
Dopo cinque minuti di pista (in quei cinque minuti due gay hanno provato a broccolarmi. Io sono una calamita per i gay. Le mie amiche mi ritengono fortunato), succede qualcosa che cambia la mia serata. Mentre gesticolo con le braccia vedo fuori pista due occhi incantevoli. Che mi fissano.
Smetto subito di gesticolare. La musica va, ma io resto immobile in mezzo a tutta quella confusione. E scruto quei due occhi, così dolci, ma così dolci che sembra mi chiedano aiuto.
Intorno a quei due occhi c’è un viso delicato, capelli fino alle spalle, corpicino ben fatto, due manine piccole piccole.
Come per un arcano richiamo sento che quei due occhi sono il punto d’arrivo della mia vita. È lei, ho smesso di cercare. È lei la mia donna.
Ci continuiamo a fissare surreali, io e i due occhi.
Avanzo verso di loro, che stanno lì ad aspettarmi.
D’un tratto dal nulla mi si butta addosso Sonia, impasticcata come una pannocchia, mi si butta addosso e ci rotoliamo a terra. Tutti si voltano. Lei ride. Si piazza sopra me, come a cavallo. Mi bacia.
“Ciao, scusa per prima, il tuo amico è stato uno stronzo”.
Cerco di divincolarmi. Che cazzo succede?
“Non scappare”.
“Non è il momento”.
“Però prima sì, eh? – mi tocca l’uccello.
“Prima sì, ma adesso non è proprio il momento”.
Ride. Il suo basso ventre si sfrega sul mio punto debole.
Per un momento vorrei essere paralitico, una parte del mio corpo mi spinge a star fermo lì a prendere quello che capita. Poi di nuovo il pensiero a quei due occhi. Voglio conoscere quella ragazza.
Sgattaiolo da Sonia, mi alzo, Sonia rimane a quattro zampe ai bordi della pista, ridendo chimicamente.
I due occhi sono scomparsi. Guardo a destra a sinistra, destra sinistra destra sinistra, più in là, verso la porta, sui divanetti. Volatilizzati.
Fermo il primo che capita. Giubbetto metallico, piercing sul mento. “Hai visto una ragazza bellissima, con due occhi incantevoli?”. Questo, strafatto più un barbagianni nel deserto, mi guarda esterrefatto. “No, vecchio, non l’ho vista”.
Fermo un’altra, capelli istriciati con tonnellate di gel a fissaggio rapido. “Scusa, hai visto una ragazza coi capelli sciolti da qui – mimo l’altezza spalle -, piccolina, bel viso…”.
“No, mi dispiace – mi appoggia una mano sulla spalla – scusa – e mi vomita davanti, una pozza di vomito bianco a due centimetri dalle mie scarpe.
Do un conato di riflesso, e scappo via.
L’ho persa. Era l’occasione della mia vita e l’ho persa. Corro per le sale, non so in che direzione. Mi fermo. Faccio una panoramica della gente. E vedo lei, ancora, con quei due occhi che mi guardano. Va verso il bagno. Mi precipito verso di lei.
Lei entra in bagno.
Sulla porta due armadi della security – uno è quello dell’entrata col tatuaggio della serpe-involtino sulla pistola- mi placcano. “Qui possono entrarci solo le signorine”.
“Lo so, ma io cercavo…”.
“Sappiamo, sì, cosa cercavi…”.
“Devo parlare con una persona, è importante, devo…”.
Mi sollevano per le ascelle, uno per parte. “Sì sì, adesso vieni con noi a rinfrescarti le idee”.
Mi portano all’uscita del TNT. E adesso? Come faccio a trovarla, porca puttana?
Uno dei due armadi si piazza davanti all’entrata, davanti a me, con le braccia conserte. Io lo guardo dal basso come un pulcino. Cerco di spaccargli il cuore con gli occhi più teneri che mi vengono, ma lui è una roccia. E poi ho capito che gli sto proprio sulle palle. Di qui non si passa.
Giro in tondo in cerca di una soluzione. La testa mi scoppia. Lei mi starà cercando? Si aspettava che entrassi in bagno? Si sarà arrabbiata quando Sonia mi ha travolto? O stava guardando qualcun altro?
Non importa. Quel che conta è che io ho visto lei, e la voglio rivedere. È una di quelle situazioni assurde in cui lotti fino in fondo per non fartela fuggire, ma tutto rema contro.
Idea. Non posso entrare? Me ne resterò quieto quieto e aspetterò che tutti escano. Prima o poi uscirà anche lei.

Dalle tre in poi comincia il deflusso.
Prima pochi e sani, poi un po’ di più e brilli, poi ingorghi a intermittenza, chi sverso, chi fatto, chi mezzo nudo e ciondolante, chi sboccante (con imbarazzo della compagnia che lo sorregge), chi viene a mendicarti una cicca (e tu, mentre fumi, rispondi che è l’ultima, le hai finite, perché ti sembra un delitto che una persona così possa fumare una tua sigaretta).
Mi viene anche in mente che tutto questo guadare la notte in lungo e in largo, questo scuoterla e ripassarla da cima a fondo, è per cacciare nell’alveo dello stomaco i problemi che abbiamo tutti. Siamo tutti neutrini di provincia. Solo che è difficile condividere questi pensieri, perché il contesto ti porta a nuotare in superficie. Se vai a fondo stoni.
Di lei nessuna traccia. E se si fosse mimetizzata in un gruppo già uscito?
Voglio lei. Voglio lei. Dove sei, mia lei?
Guardo teste fino all’indigestione, non ne posso più, vorrei bermi un gin con qualsiasi cosa, purché gin.
Le speranze si friano come biscotti andati a male.
Escono i miei amici. Si mettono a ridere. “Cazzo fai lì?”.
“Lascia stare. A voi com’è andata?”.
Cruise: “Stavo per farmi una ma l’ho persa”.
Kristian: “Sono fuori come un cartone. Oh, Matisse, guidi tu?”.
Matisse: “Va be’, tanto io stasera non ho combinato un cazzo. In bagno c’era un albània che faceva il gioco delle tre carte. Sentivo che puzzavo di fortuna. Ho puntato 50 Euro. Ho vinto, porca troia. Punto 80. Vinco di nuovo. Cazzo, dico, dai che stasera ci sbronziamo alla faccia mia. Punto ancora 150. Vinco ancora”.
Cruise: “Adesso offri?”.
“No, li ho persi tutti, fanculo, tutti”.
“Coglione, e perché?”.
“Perché perché… lo sai perché”.
Kristian: “Oh, ma Bob… che cazzo fai lì?”.
“Sto aspettando una tipa che ho visto dentro”.
“Vi siete dati appuntamento qui?”.
“No, mi hanno sbattuto fuori e io l’aspetto qui. Prima o poi passerà”.
Cruise: “Dai, gay, vieni via”.
“No, aspetto”.
“Dai, tanto non verrà, lo sai”.
“Fanculo, lei verrà”.
“Va be’, noi andiamo…”.
Kristian: “Aspettate, non lo possiamo lasciare qui da solo, senza macchina – rivolgendosi a me – noi ti aspettiamo un po’ in macchina, dopo di che sono cazzi tuoi, se ti è andata bene, beato te, se no ti attacchi”.
Vanno via.
Io resto lì, statuario, ad aspettare il mio destino con lo stronzo di armadio davanti.
Resto lì fino all’ultimo fesso che esce dal TNT, ma lei niente. L’hanno stuprata in bagno? Sarà già sotto le coperte?
Chiudono il TNT. Prima di andare l’armadio mi guata pensando certamente a quanto io sia un emerito coglione.
Ormai lei è volata.
Guardo un’ultima volta il cancello sprangato del TNT e mi avvio verso il parcheggio, mani in tasca, sguardo a terra.
Ma perché finisce sempre così? La vita ti getta addosso un sacco di illusioni e poi se le riprende con gli interessi senza che tu le abbia nemmeno sfiorate.
L’unica macchina che è rimasta è la Ibiza di Kristian. Che in quel momento si accende e parte. Io sfreccio come un leopardo (a fine serata) ma loro si dissolvono inesorabilmente.
Spero di no, ma se l’hanno fatto apposta sono dei gran bastardi.