MATTEO B. BIANCHI, “Finding my religion”

MATTEO B. BIANCHI

Circa un anno fa era apparso sul settimanale “Musica!” l’annuncio di una fanzine che cercava racconti ispirati al mondo del rock. Non so come mai a me venne da scrivere una storia su Michael Stipe dei R.E.M., gruppo che peraltro conosco piuttosto poco. La fanzine, che probabilmente sara’ intitolata “Fantarock”, dovrebbe uscire fra poco, ma nemmeno lo stesso curatore sa dirmi quando. Così, nell’attesa, comincio a pubblicare il racconto su questa rivistina.

 

Finding my religion

Quando il telefono cominciò a suonare Michael stava ancora dormendo. Solo l’insistenza dello squillo riuscì a riportarlo, faticosamente, allo stato di coscienza. Si sfregò gli occhi e si guardò intorno. Vide la stanza illuminata a pieno giorno con la luce che entrava dalla finestra spalancata. Vide i suoi vestiti sparsi ai piedi del letto. Vide l’uomo nudo che giaceva al suo fianco e non lo riconobbe, perlomeno non immediatamente. Infine si decise ad allungare un braccio e ad alzare il ricevitore.
– Pronto? – disse, con la voce ancora impastata dal sonno.
– Michael, sono tre giorni che ti cerco, dove cazzo eri? –
– Qui –
– Meno male che ti ho trovato, senti, bisogna decidersi a incontrare i giornalisti, o almeno rilasciare una dichiarazione ufficiale, non possiamo ignorare la faccenda, oltretutto sono passate già 48 ore e non ci sono segni di miglioramento, e il silenzio completo sarebbe quanto meno compromettente per il nome del gruppo, soprattutto adesso che la tourneé sta ricomin… –
– Ma di cosa stai parlando? – lo interruppe Michael spazientito.
Il suo press-agent rimase un attimo in silenzio, quasi a riprendersi dalla sorpresa. – Stai scherzando, vero? Non mi dirai che non ne sai niente? –
– Perché, cosa dovrei sapere? –
– Della bambina, di Portland, dei telegiornali, … –
– Qual bambina? –
– Ma davvero non sai nulla? –
– No –
– Oh, Cristo! -.

Il caso era realmente singolare. Spesso si era sentito parlare di persone risvegliate dal coma grazie alla voce del loro idolo musicale, ma mai si

era udito del contrario. Secondo quanto riportato dai giornali, Sandra Coupland di Portland, Maine, di anni 14, stava parlando con una compagna di scuola nel cortile del J. Waters Institute of Arts, durante l’ora del pranzo. L’amica, Janet Williams, in quel momento stava ascoltando una cassetta del complesso rock R.E.M. con il proprio walkman. Poiché Sandra aveva confessato di non conoscere il gruppo e di non aver mai sentito alcuna loro canzone, Janet l’aveva invitata ad ascoltare un brano, passandogli gli auricolari. Sandra, in un primo momento, ha dimostrato di gradire la musica, che seguiva ondeggiando il capo, ma quando la voce del cantante Michael Stipe si è inserita, la ragazza ha strabuzzato gli occhi ed è caduta a terra, completamente priva di sensi. I medici del Britannia Hospital, dove è stata ricorverata immediatamente, hanno riscontrato che la paziente era caduta in uno stato di coma profondo. Apparentemente irreversibile.

- E’ successo ancora -.
La voce del suo addetto stampa stavolta non l’aveva sorpreso nel sonno. Michael ora si trovava a casa sua, pefettamente teso e dolorosamente sveglio. La fronte appoggiata al vetro di una finestra, contemplava il tramonto rossastro nelle strade di Athens.
– Dove? – chiese.
– A Paraty, in Brasile. Un ragazzino di undici anni, ma non è brasiliano, è tedesco. Si trovava lì in ferie con la famiglia. Stavano mangiando in un ristorante all’aperto, e alla radio hanno trasmesso “Bang and blame”. Il ragazzo è caduto con la testa nel piatto, almeno così dicono, ma sai come sono queste cose, no? la gente ci ricama subito sopra e poi non è detto che… –
– Come l’hai saputo? –
– Mi ha chiamato Jackie della CNN. La notizia andrà in onda solo stasera, hanno bisogno ancora di qualche conferma e delle immagini di repertorio –
– Mie? –
– No, di tue ne hanno quante ne vogliono. Gliene serve qualcuna di Paraty -.
Michael tacque, osservando il verde del suo giardino che assumeva i colori del fuoco.
– Adesso non possiamo tirarci indietro, davvero. Il ragazzo e la sua famiglia stanno tornando in Germania, ma i giornalisti mi assediano, vogliono sapere cos’hai da dire, come hai reagito, … –
– Male – ringhiò Michael, e sbattè il ricevitore.
Vagò tutta notte per le campagne che circondavano la città, seguendo i sentieri della sua infanzia, fino a raggiungere la capanna in legno che aveva costruito con suo padre e che aveva ripreso anche in un video. Solo al mattino seguente, incapace di rimettere piede nella sua abitazione, andò a casa di Peter Buck.
Lui non sembrò sorpreso di vederlo.

- Michael – disse, e lo fece entrare.
Appena la porta si richiuse, si abbracciarono.
Era strano. Molte volte, quando i tour cominciavano a sembrare eterni e la convivenza forzata una specie di tortura masochistica, Michael finiva per odiare i suoi compagni di gruppo ed evitava il più possibile i contatti personali. Ma poi, tornati alla normalità delle cose, nei momenti difficili, era a loro che ricorreva. Erano la sua famiglia, il suo riparo, il suo unico riferimento.
– Come ti senti? –
Peter gli passò una tazza di caffè.
– Di merda – rispose Michael, scuotendo le spalle e rifiutando il caffè.
– Non è colpa tua, lo sai. E’ una stupida coincidenza. Una storia del cazzo cucita insieme dai giornali -.
Il tono di Peter era pacato e rassicurante. Veniva da credergli. Michael gliene fu grato. Si buttò su un divano e chiuse gli occhi. Il trillo del telefono lo scosse come un elettroschock. Tornò immediatamente in piedi mentre Peter rispondeva all’apparecchio.
– Pronto?… Sì, è qui, aspetta –
Michael fece segno che non avrebbe risposto.
Peter restò in linea, ascoltando senza dire nulla. Poi adagiò delicatamente il ricevitore, come se cercasse di prendere tempo. Alla fine tornò a guardarlo negli occhi.
Il suo mutismo diceva già tutto.
– E’ successo di nuovo – sospirò Michael.
Peter annuì.
– Dove stavolta? –
– In Italia. Dalle parti di Milano, una bambina di nove anni –
– Cristo, sempre più giovani. E sempre più lontani –
Peter fissava il pavimento, mordendosi il labbro.
Michael si avvicinò. – C’è qualcos’altro? – chiese, quasi tremando.
Lui non alzò lo sguardo. – La ragazzina di Portland… è morta un’ora fa -.
Michael sentì i battiti del suo cuore che accelleravano vorticosamente, assordandolo con una furia cieca.
– Devo fare qualcosa – disse, senza sapere affatto cosa.

Il volo per Francoforte era completo, ma grazie alle pressioni della casa discografica riuscirono ugualmente a trovare posto per lui e il suo agente. Prima del decollo Michael prese un sonnifero e chiese alle hostess di non disturbarlo durante il tragitto. Si svegliò un’ora prima dell’arrivo, tenne comunque gli occhi chiusi ancora a lungo prima di decidersi ad affrontare il suo vicino di poltrona. Aveva paura di quello che avrebbe potuto dirgli.
Lo disse, infatti.
Il ragazzo era deceduto nel pomeriggio, mentre stavano sorvolando l’Atlantico.
Michael inspirò a pieni polmoni l’aria artificiale dell’aereo, imponendosi di ignorare il senso di disperazione che lo stava assalendo e,

soprattutto, di non piangere.
– So che è un momento molto difficile per te – disse il suo agente, appoggiandogli una mano sulla spalla, – Ma voglio che tu sappia che tutti noi siamo al tuo fianco e qualsiasi cosa accada, avrai il nostro completo appoggio -.
Michael annuì vagamente.
– E l’italiana? – chiese infine.
– Nessuna novità, per ora –
– Andiamo in Italia, allora. Forse siamo ancora in tempo -.
L’agente gli sorrise. – Ce la faremo – promise.

Mentre stavano atterrando all’aeroporto di Linate, Michael fu attraversato da un ricordo. Rivide il momento in cui, un anno prima, l’organizzatore del tour mondiale aveva accompagnato il gruppo ad una gita a Cabo da Roca, in Portogallo. Quella sera si sarebbero esibiti nello stadio di Lisbona, e per distrarli dalla tensione, l’organizzatore aveva deciso di condurli ad una gita sul punto più occidentale d’Europa. Una curiosità geografica, più turistica che suggestiva, in fondo.
Affacciandosi sulla scogliera Michael aveva guardato di fronte a sé, verso quel punto remoto e indistinto dell’orizzonte dove sapeva trovarsi il bordo dell’America, poi si era voltato a guardare alle sue spalle, verso il Vecchio Mondo che partiva da quella striscia di terra, ed era stato assalito da un brivido: per la prima volta aveva provato la sensazione di non appartenere a nessuno dei due.

Ad accoglierli nella sala d’attesa c’erano alcuni responsabili della casa discografica italiana. Michael riconobbe vagamente il volto della ragazza che aveva fatto da assistente al gruppo durante le tappe italiane dell’ultimo tour e le sorrise. Lei gli strinse la mano e gli chiese se volesse andare in albergo a riposarsi.
– No, andiamo subito dalla bambina – rispose lui, deciso.
C’erano due macchine scure fuori dall’aeroporto che li aspettavano. Partirono immediatamente.
Quando furono nella corsia dell’ospedale Fatebenefratelli, Michael realizzò improvvisamente che avrebbe incontrato i genitori della ragazzina. Il pensiero lo atterrì: non avrebbe potuto affrontare un attacco, era troppo debole, e troppo spaventato. Temeva che gli avrebbero chiesto delle spiegazioni, mentre era lui stesso il primo a volerne, più di chiunque altro.
I genitori c’erano, naturalmente, ma non lo aggredirono. Fecero un cenno col capo quando lui e l’assistente entrarono, poi si alzarono. La madre si avvicinò a Michael e gli strinse le mani. Lui non capiva la sua lingua, ma non fu difficile interpretare il tono della sua richiesta: gli stava chiedendo di salvare sua figlia.
Michael sentì a quel punto che tutte le lacrime che aveva trattenuto in quei giorni stavano venendo alla superficie dei suoi occhi e che ora non le avrebbe respinte. Si sedette sulla sedia accanto al letto e pianse, stringendo la mano della bambina in coma, come se volesse prendere da lei forza, invece che trasmettergliela.

Una volta calmato, volse lo sguardo intorno alla stanza e vide che l’avevano lasciato solo con lei. Solo allora si decise a guardarla in volto e si accorse che la ragazzina aveva gli occhi aperti e lo stava fissando.
– Sei venuto per me? – chiese.
Michael annuì.
– Non dovevi, ormai non serve più -.
Michael le strinse la mano con tutta l’energia che aveva: – Non dire così, ti prego. Ora sei sveglia, stai parlando, sei salva… –
La bambina scosse la testa. – No, io ormai non sono più di questo mondo. Sto già seguendo il mio destino, e anche tu dovresti lasciarti andare e seguire il tuo –
– E qual è il mio? –
La bambina sorrise.
– Possibile che tu non ci sia ancora arrivato? La gente che vive confusa dai rumori, dalle urla, ormai non può più distinguere i suoni, ma noi, noi ancora puri sì. Quando ho sentito la tua voce per la prima volta ho capito subito che sarebbe stata l’ultima cosa che avrei udito. E così è stato –
Michael era ormai allo stremo delle sue forze.
– Ma perché? – implorò.
La bambina si tirò a sedere e gli si avvicinò. Accostò la bocca al suo orecchio e mormorò: – Michael, tu sei la voce di Dio -.

I genitori della ragazzina, i suoi assistenti, le infermiere e tutte le persone che si trovavano nel corridoio si voltarono contemporaneamente quando Michael uscì dalla stanza.
Lui non li guardò neanche.
Cominciò a camminare verso la rampa di scale e scese velocemente giù in strada. Camminò instancabile per ore, attraversando la città senza mai fermarsi. Quando finalmente si arrese ai suoi passi, si trovava in una zona industriale abbandonata, al limitare della campagna.
Si guardò intorno, senza vedere nulla, e poi chiuse gli occhi.
Solo in quel momento riconobbe che quel formicolio che da settimane sentiva sulle scapole, così simile al dolore, era il segno delle ali che gli stavano spuntando.