Giuliana Altamura, Sentenza

I centri commerciali in periferia assomigliano a propaggini di civiltà: tutto intorno si estendono campagne, strade desolate, aree industriali, discariche. Un’area di confine tra lo scintillante e l’ordinario, e in alcuni casi fra lo sfarzo e il degrado. Giuliana Altamura sceglie di ambientare qui il suo racconto: sullo sfondo di un grande magazzino Ikea, alcuni ragazzini rom cercano espedienti per racimolare qualche soldo – per vivere o anche solo per comparsi un paio di Nike nuove – mentre famigliole ignare a pochi metri da loro fanno acquisti per la casa. Su tutto il testo sembra aleggiare un’inquietudine apocalittica, una tensione che si addensa sino a esplodere fragorosamente nel drammatico e visionario finale.

Giuliana Altamura, Sentenza

E a mezzogiorno arriveranno gli angeli e saranno vestiti di nero. Il cielo si oscurerà, sul palazzo blu e giallo si aprirà una voragine di fuoco. Gli angeli attraverseranno il parcheggio e non avranno né occhi né bocca, solo lingue affilate di serpente. Dalle loro mani sgorgheranno fiamme e tuoni.

Gli uomini e le donne fuggiranno urlando, nasconderanno i bambini nelle auto e li stringeranno tra le braccia e le gambe, sotto i loro vestiti.

Gli angeli entreranno nel palazzo blu e giallo e sarà prima la grande esplosione, poi il silenzio.

Solo i bambini non avranno paura, perché vedranno gli angeli per quello che sono.

 

*

 

«Ciao, vuoi fare qualcosa?»

«Quanti anni hai?»

«16».

«Quanto?»

«20, 15, dipende. Tu decidi».

Il ragazzino fa un cenno con la testa indicando il campo oltre il parcheggio, al di là della carreggiata. L’uomo in auto rialza il finestrino e prosegue dritto, mentre lui ficca le mani in tasca, solleva il cappuccio della felpa e scavalca il muretto sputando per terra. Amar e Sara l’osservano andar via e tornano a sedersi sul ciglio della strada, tra l’asfalto ingobbito e l’erba secca.

«Sei ancora qui?», fa Amar tirando fuori il Samsung, «Ti ho detto di sparire».

Sara non risponde. Prende a torturare i leggins leopardati all’altezza delle cosce. Il prurito aumenta eccitato dalle piccole unghie sporche.

«Perché tu sì e io no», dice infine.

«Sei troppo piccola».

«No».

«Hai 10 anni, cazzo. Vai al parcheggio, chiedi soldi».

«No».

«Cazzo».

Dal telefono di Amar comincia a frusciare una canzone hip-hop, distorta dagli altoparlanti. Una Ford bianca si avvicina alla curva della tangenziale e rallenta, mentre dall’altra parte della strada il sole plana dietro il volume blu e giallo dell’Ikea. Il centro commerciale sembra vibrare piano in controluce, un prisma nel deserto, gettando ombra sull’orizzonte vacuo del parcheggio.

I due bambini fanno per sollevarsi, ma l’auto si allontana subito riprendendo velocità. Amar torna a guardare lo schermo, emettendo un sospiro quasi impercettibile.

«Se non vuoi chiedere soldi, torna al campo. Che ci stai a fare qua».

«Lavoro».

«Te l’ho detto, sei troppo piccola».

«Anche tu sei piccolo».

«Ho 5 anni di più. A me piace scopare. Per me è ok fare questo».

«Anche a me piace scopare».

«Cretina. A me piace con le donne, non con questi che pagano. Con gli uomini è per i soldi. Capito? A te non piace».

«Coi soldi ci vado all’Ipercoop».

«Lo dico a tua madre».

«Lo sa, mia madre. Pensa che sono con Hana. Lo sa che Hana sale sulle macchine. Ci ha viste salire insieme».

«Allora lo dico a tuo padre, così ti spacca la faccia».

Sara abbassa lo sguardo e stende le gambe davanti a sé. Osserva la punta sudicia e logorata delle scarpe di tela rosa. Alle sue spalle il crepuscolo invade la campagna, infiamma ogni centimetro di quella terra abusata piena di arbusti, ruderi colmi di preservativi, fazzoletti usati e siringhe – e poi, come valicando una barriera invisibile, si spinge nella notte e accende i circuiti elettrici della città.

«Voglio anch’io le Nike come le tue».

Amar la ignora, gli occhi fissi sul Samung.

«Voglio anch’io le Nike come le tue-e-e!»

«Sono da maschi».

«Ci sono anche da femmine all’Ipercoop, e pure in centro. Mi accompagna Hana».

Amar non le dà retta. La canzone finisce e ne carica subito un’altra, a un volume tale da confondere i suoni.

«Hana ha detto che si fa limare i denti. Vedi, questi qui» – Sara ficca la testolina tra il ragazzo e lo schermo, toccandosi i canini coi pollici – «Questi!».

«Ho capito! La vuoi piantare?»

Torna a sedersi al suo posto, irrequieta, mentre un’altra auto sfrecciando imbocca il parcheggio, lasciandoli indietro.

«E perché lo fa?», chiede Amar sottovoce.

«Gliel’ha detto quello di ieri con la macchina da spacco. Così quando lo prende nella bocca non gli fa male, ha detto».

Sara scoppia a ridere rumorosamente, agitando le gambe sul terriccio, tra la polvere rugginosa.

«Tua cugina è scema. Non sa fare pompini. Non la devi ascoltare».

Dal muretto dietro di loro, riemerge il ragazzino col cappuccio della felpa calato sul viso. Stringe i pugni nelle tasche e si ferma a guardarli entrambi con occhi gonfi e venati di fuoco.

«10, fanculo», dice, tirando fuori una banconota rosa spiegazzata.

La bambina smette di ridere e gli fa cenno con la mano di sedersi accanto a lei. Sulla corsia opposta, a tutta velocità, l’uomo che prima li aveva avvicinati fila dritto in direzione dell’Ikea, fronteggiando a palpebre strette gli ultimi bagliori del sole. Il ragazzino col cappuccio sputa sull’asfalto e si allontana barcollando sotto il cavalcavia. Un attimo prima di sparire nella spirale dei graffiti, Sara e Amar lo vedono scivolare per terra, poggiare le braccia contro il muro e rovesciarci la testa in mezzo, come per vomitare.

«Quella storia degli angeli…», dice Amar d’un tratto, spegnendo il telefono e tornando a guardare le auto.

«Che ne sai?»

«Ti ho sentita prima che lo dicevi ad Hana…»

Sara si sporge in avanti e riprende a torturarsi le cosce con le unghie.

«Che roba è?», chiede Amar.

«Niente. È solo un sogno».

«Che sogno?»

La bambina trattiene il fiato, poi lo butta fuori.

«Un sogno che ho fatto. Hana mi ha preso in giro».

«Se me lo racconti ti porto io in centro a comprare le Nike. Promesso».

Negli occhi di Sara, per un istante, brilla una luce illeggibile, un lampo quasi impersonale di compassione. Sorride.

«Il palazzo blu e giallo», dice indicando davanti a sé, oltre il bordo della tangenziale e la distesa ormai spoglia del parcheggio.

«L’Ikea?»

«Sì, l’Ikea. Ho sognato che era ora di pranzo, ma io non avevo fame. Passeggiavo lì, vicino al muretto, anche se il sole era forte, era gigantesco, ma io non avevo caldo e non sudavo. Poi all’improvviso, dall’alto, vedevo le cose cambiare».

«Quali cose?»

«Tutte le cose».

«In che senso?»

«Prima il sole diventava ancora più grande, no?, grandissimo, più dell’Ikea! Come una bomba che esplode nel cielo. E anche il cielo cambiava, diventava un cerchio rosso, tutto attorno al sole. Poi arrivavano gli angeli. Tre, quattro, non mi ricordo. Erano vestiti di nero e avevano il fuoco nelle mani, così».

Sara porta in alto i palmi, all’altezza della pancia, e li fa tremare.

«Mentre volavano sul parcheggio tutto si scioglieva come il mare. Le persone scappavano, avevano paura, ma io non capivo perché. Erano belli».

«E che succedeva quando gli angeli entravano all’Ikea?», chiede Amar.

«Una luce, fortissima. Urla, rumore… poi più niente, nemmeno un suono».

«E quelli dentro?»

Sara si guarda attorno stranita, riflettendo sulla domanda. Un uomo e una donna, nel parcheggio ai loro piedi, fanno salire in auto un bambino con una scatola in mano, poi sbattono la portiera del bagagliaio zeppo e vanno via.

«Intendi le mamme, i papà e i loro figli?»

«Sì, insomma, quelli che stanno lì ogni giorno».

Sara solleva le spalle e ricomincia a grattare.

«Non lo so. Forse cambiavano anche loro».

I due si fissano per qualche secondo, con sguardo distante. Una Opel grigia si avvicina alla curva e rallenta nei pressi del cavalcavia, quasi esitando.

«Anche i bambini?», insiste Amar, «Cambiavano anche loro?»

L’auto accosta al marciapiede e abbassa il finestrino. Amar scatta subito in piedi, senza aspettare risposta. Sara lo segue.

«Ciao, vuoi fare qualcosa?», pronuncia con ansia sollecita Amar.

«Vuoi fare qualcosa?», ripete la bambina aggrappandosi al vetro.

«Lei», dice una voce frettolosa, aprendo la portiera. Sara finge di sistemarsi i capelli, come per gioco, guardandosi nello specchietto.

«Sali, su».

Amar fa un passo indietro, impietrito, gli occhi bassi sulle Nike. È quasi buio. La bambina sorride con dolcezza e gli si avvicina. Si mette in punta di piedi per sussurrargli qualcosa all’orecchio, prima di salire sull’Opel grigia e di sparire nei campi senza luce.

«Cazzo», continua a ripetere Amar, tirando calci al muro.

«Gli angeli non fanno bambini, e alla fine saremo tutti angeli».

 

*

 

La domenica mattina Amar e gli altri bambini lasciarono il campo trascinando un carrello arrugginito sul ciglio della tangenziale. L’aria puzzava di polvere e di brace. Il parcheggio dell’Ikea poco alla volta si riempiva e, visto dall’alto, il metallo delle auto brillava della fosforescenza del mare.

I bambini raccoglievano tra le sterpaglie pezzi di legno da bruciare, avanzi di copertone, rifiuti e scarpe spaiate. Li mettevano nel carrello, si spintonavano a vicenda e continuavano a vagare senza aspettarsi altro. A mezzogiorno anche l’ultima nube abbandonò il cielo e il sole sembrò fondere la città e quel luogo marginale in una bolla impenetrabile.

Quando cominciarono a sparare, Amar fu il primo a sentire i colpi, poi le urla rimbombare nel parcheggio. Abbandonò subito gli altri bambini e superò il cavalcavia, affacciandosi sul piazzale.

«Hana!», chiamò, «Hana! Hai visto Sara?»

Una ragazzina dai capelli folti intrecciati sulla nuca gli comparve alle spalle.

«No, non la vedo da ieri, sarà rimasta al campo. Che succede?»

Amar non disse niente e indicò davanti a sé i tre uomini vestiti di nero, coi mitra stretti fra le braccia, che avevano aperto il fuoco. La gente scappava tra i vetri rotti, si inginocchiava per terra coprendo la testa con le mani, si nascondeva tra le portiere, le file di carrelli, i bagagliai. Qualcuno si chiuse dentro un’Opel grigia e cominciò a pregare. Sembravano insetti impazziti scagliati contro un enorme pezzo di costruzione.

Anche gli altri bambini raggiunsero Amar e Hana, mentre un suono di sirene riecheggiò a distanza, poi sempre più vicino. Gli uomini coi mitra avanzarono verso le porte dell’Ikea, varcarono l’ingresso sparando fino all’ultimo sulle auto, nel vuoto, sui corpi già abbattuti che il sole continuava a dilaniare.

«Amar…», fece Hana, portando una mano davanti alla bocca.

I bambini dall’alto si fermarono a guardare. Tutto, di colpo, cambiò.