CARLO NOTA, “L’invenzione del giallo”

CARLO NOTA
Cominciano ad arrivare a ’tina racconti imprevisti di autori che non conosco personalmente e che, per circostanze fortuite o indirette, sono venuti a contatto con questa fanzine.
E’ il caso di Carlo Nota, regista televisivo e giornalista bolognese, col quale sino ad oggi ho avuto solo contatti telefonici. Ho scoperto così che Carlo si occupa anche di assistenza a malati psichici e le storie che scrive risentono sicuramente di questa esperienza.
I racconti che mi ha inviato infatti sono molto delicati e toccanti. Ne ho scelto uno dal sapore onirico e surrealista, e con un titolo suggestivo.

L’invenzione del giallo

A Dino Campana e altri sepolti vivi

Il giorno in cui gli oscurarono il sole Vincent Van Gogh si accorse di non poter vivere senza luce e dunque s’inventò il giallo.
– “Non è proprio la stessa cosa – pensò – Ma non c’è modo di fare di meglio.” –
Riempì ogni cosa di giallo. S’inventò un giallo per i girasoli e un altro per i campi di grano. Mise anche molto giallo nella sua stanzetta. Si vedeva che in quella cameretta era proprio felice perché dipinse anche le sedie verdoline, un bel verdino chiaro e appagato. Tutti i colori della stanza erano solari.
La cameretta era piena di luce anche se fuori gli avevano oscurato il sole. Mi sembra di ricordare che ci fossero nella stanza anche particolari di un bel rosso vivo, ma adesso, su due piedi, non ne sono più tanto sicuro.

Dopo aver inventato tutto quel giallo (il giallo Van Gogh) e aver dipinto tutti quegli altri bellissimi colori che rendevano gaia tanta gente si complimentò, per la prima volta in vita sua, con se stesso pensando di aver fatto proprio un buon lavoro.
Nell’inventarsi i colori, il giallo in particolare, era tutto assorto nell’opera, lo sapete come sono gli artisti, e dava di pennello e di colore senza accorgersi che intanto si sporcava un po’ le dita.
Veramente un poco si era sporcato anche la camicia pulita, ma, quello che è peggio, una particella infinitesimale di quel giallo era colata al di fuori della tela.
Era proprio una particella infima, ma tanto bastò a tingere di sé una parte minuscola del mondo di fuori.
I sorveglianti di Vincent si adirarono moltissimo. Non solo lo sgridarono duramente, ma, per aver la certezza che la lezione fosse efficace, gli tagliarono anche un orecchio.
Glielo tagliarono sicuri così che il fatto non si sarebbe ripetuto.
Mai più.
Glielo tagliarono loro, i guardiani, ma andarono in giro a raccontare che l’uomo era pazzo e si era mutilato da sé.
Allora Van Gogh fu rinchiuso.
Peggio. Gli requisirono il tubetto del giallo.
Nuovamente senza luce, rinchiuso, Vincent s’inventò il blu.
Il blu perché è il colore della notte e del freddo.
Raccontano anche, ma di questo non ci sono riscontri agiografici, che l’ultimo dei suoi carcerieri in punto di morte avesse chiesto di vedere Gaugin, a lui, con molta fatica, aveva confidato in un soffio che quando a Van Gogh recisero l’orecchio dalla ferita non sgorgò sangue.
Non rosso comunque.
Uscì qualcosa, qualcosa come un liquido chiaro.
Trasparente color delle lacrime.