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"Val la pena vivere solo dalle 11"
Diana Est - "Tenax"
Gli occhiali scuri, lo ammetto, sono solo uno sfizio personale.
Soprattutto di sera. Di certo non li indosso per camuffarmi, non ce ne
sarebbe alcun bisogno. Sono così diversa da allora: vent'anni di
distanza, due figli alle spalle, una vita vissuta come moglie e madre…
Sono cose che ti cambiano, e radicalmente. No, travestirsi non serve.
Nessuno mi riconoscerebbe comunque. Persino il nome, Diana Est, appartiene
al mio passato. Adesso, semplicemente, sono un'altra. E anche questa
fissazione, questa smania che mi tormenta è solo un momento, destinato,
come tutto, a passare.
L'ossessione che mi attanaglia è comparsa all'improvviso,
e per caso, una sera che ero fuori con Ivan. Di tutta la gente di allora -
cantanti, discografici, promoter, vallette, presentatori, coriste - lui è
l'unico con cui ho tenuto un filo di contatto. Ci sentiamo per telefono e
ogni tanto (una volta all'anno, se va bene) ci vediamo pure. Il mese
scorso avevamo appuntamento al ristorante arabo di via Cadore, ma quando
sono arrivata lui era lì che mi aspettava in macchina per avvisarmi che
aveva cambiato programma. - Andiamo a un concerto - ha detto.
- No, ti prego. Che concerto? -
- Gli Xymox. Te li ricordi? -
Oddio, gli Xymox! Un gruppo di dark elettronico dei primi anni 80 che noi
due adoravamo... Avevano inciso un solo album, almeno mi sembrava, e
l'avevamo consumato a furia di ascoltarlo.
- E fanno ancora le canzoni di quel disco? - ho chiesto.
- Ma sei scema? Sono passati secoli, hanno pubblicato duemila altre
cose… Comunque non sono cambiati per niente, vedrai -
Mi sono lasciata convincere e sono salita sulla sua auto. Il posto dove
aveva luogo il concerto era un locale assurdo chiamato Transilvania Club
(il nome diceva già tutto): un bar illuminato a malapena, teschi sul
bancone, catene penzolanti dal soffitto, drappeggi gotici alle porte e
alle pareti una sfilza di lapidi decorative in memoria del Conte Dracula e
Frankenstein. Una paccottiglia che faceva sganasciare Ivan, ma a me
metteva una certa angoscia. E forse proprio perché ero impegnata a
scrutare scheletri e finte bare ho impiegato una decina di minuti prima di
rendermi conto che noi due eravamo i soli, nell'intero locale, a non
essere vestiti di nero. Io camicetta e jeans, Ivan (figuriamoci) t-shirt
con fiori violacei e pantaloni in pelle rossi. Due alieni colorati in un
mondo di dark convinti. Per quanto sporgessi la testa in tutte le
direzioni, intravedevo solo tuniche scure, camice nere in raso lucente,
croci al collo e capelli cotonati. Impressionante. Abituata com'ero oramai
alla vita di paese e alle serate a casa a guardare le fiction in tv,
pensavo che gente così fosse sparita da secoli, seppellita insieme ai
miei ricordi dell'epoca. E invece, eccoli qui. Perfettamente conservati,
cloni di generazioni precedenti pronti a replicarne filosofia e gusti.
Roba da non crederci. Persino rassicurante, in un certo senso.
Quando gli Xymox sono saliti sul palco ho percepito un fremito fra il
pubblico. Quasi tutti i presenti si sono accalcati verso il gruppo
lanciando degli urletti di medio fanatismo. Sentendo le prime note di
basso e batteria anch'io, come loro, ho riconosciuto quel suono cupo e
pulsante che mi faceva impazzire un tempo, quella ritmica ossessiva e
inquietante che esprimeva perfettamente le mie angosce giovanili. Ho
agguantato Ivan per un braccio e ci siamo mischiati tra i ragazzi che
gridavano. Abbiamo cominciato a sgolarci ed era come essere tornati
indietro di due generazioni in un attimo.
Aveva fatto bene a portarmi qui. Dovevo ammetterlo.
Un manifestino all'ingresso sopra la cassa annunciava "Dopo il
concerto, revival-wave anni 80 con dj Skary". Lo show era terminato
da una decina di minuti e noi stavamo già per lasciare il locale, ma
quando Ivan l'ha letto ha insistito perché ci fermassimo ancora un po'. -
Balliamo una mezz'oretta, mi sto troppo divertendo -. Come potevo
rifiutarmi? Siamo tornati dentro e ci siamo buttati in pista. In apertura
di programma il fantomatico Skary aveva sparato la classicissima "Tainted
love" versione Soft Cell, poi ha infilato "Lovesong" dei
Simple Minds, seguita da "Relax" dei Frankie e subito dopo…
no, non era possibile! Quando ho sentito il ta-ra-ta-ra-ta-ra-tà iniziale
ho pensato a uno scherzo dell'immaginazione. Invece Ivan si è subito
voltato verso di me con uno sguardo luminoso di meraviglia. Indicava la
cassa più vicina a lui e diceva: - Ma la senti? -. La sentivo, la
sentivo: l'intro di batteria elettronica e tastiere, il clap-clap e poi
l'ingresso della mia voce: "Una notte estetica, un inconscio
fragile…". Era "Tenax", il mio primo singolo, etichetta
Ricordi, anno 1982.
Sono sempre stata radicale nelle mie scelte. Tanto ero
stata entusiasta di intraprendere la carriera musicale, tanto ero stata
risoluta nell'interromperla quando ho capito che non era fatta per me. Mi
sono bastati tre 45 giri per conoscere i meccanismi del mercato, i
contratti capestro, i passaggi promozionali forzati. Non era la mia
strada, quindi mi sono fermata. Un ragionamento elementare, che però
sembra incomprensibile alle orecchie di un discografico quando i tuoi
singoli sono nella top-ten delle vendite. Comunque, quando io chiudo una
porta è per sempre. In questi anni, ho imparato a resistere a tutto: alle
proposte di tornare in sala d'incisione, alle richieste di interviste,
alle lusinghe televisive, alle "Meteore", alla "Notte
Vola", al "Cocktail d'amore" e, per arrivare agli estremi
limiti, a Limiti. Non mi interessava essere famosa allora, figuriamoci se
volevo essere oggetto di modernariato adesso.
Eppure, quella sera, al Transilvania, è accaduto qualcosa. Qualcosa che
mi ha smosso nel profondo, che è arrivato a toccarmi dentro. Vedere tutti
quei ragazzi cadaverici saltellare e cantare a memoria l'intero testo
della canzone, riconoscere nei loro sguardi l'importanza sentimentale che
quel brano aveva per loro, mi ha scosso. E ho capito improvvisamente una
verità che era talmente ovvia che ho avuto bisogno dell'evidenza per
riconoscerla: non è del plauso sociale che io ho bisogno, delle
interviste ai giornali o dell'occhio delle telecamere. Io voglio lo
sguardo della gente, voglio vedere l'eco della mia voce dentro di loro.
E' in quel momento esatto che ha preso il via la mia ossessione.
Usciti dal Transilvania Ivan aveva il fiatone e si faceva
aria con le mani. Aveva ballato per quasi un'ora senza fermarsi un attimo.
Io ho aspettato che si riprendesse, poi ho buttato lì la domanda, con
studiata casualità.
- Secondo te ci sono altri locali che trasmettono ancora i miei dischi? -
- Ma scherzi?! Quasi tutti… Il Plastic, lo Shocking, il Rolling… Dove
c'è una serata eighties ce li infilano quasi sempre… -
Ho sorriso calma e siamo tornati alla macchina, ma dentro di me sentivo
acceso un fuoco di inquietudine, una smania di vedere, sentire, conoscere,
che controllavo a fatica. Quando ci siamo salutati l'ho ringraziato per la
bella serata, come se niente fosse. Ma a dire la verità per me niente era
già più come prima.
Oggi sono una specie di profuga mondana. Tutte le sere,
quando i bambini sono a dormire e mio marito è davanti alla tele, io
prendo l'auto e vengo a Milano. All'inizio lui protestava, ma poi ha
capito e adesso mi lascia fare. E' una specie di rituale privato, di
catarsi self-made, che voglio e devo affrontare da sola. Gli ho chiesto il
permesso di ritrovare i miei vent'anni e lui me l'ha concesso.
Ormai ho imparato a conoscere le serate giuste, i dj da seguire. Il
mercoledì è la sera dei Magazzini Generali, il giovedì del Rolling, il
venerdì del Gasoline. Il sabato sera non ho che da scegliere: posso
andare sul classico con il Plastic, oppure provare qualcuno di questi
nuovi grandi locali all'aperto che hanno aperto in periferia, come il
Karma, che da fuori sembra uno sterminato deposito di auto abbandonate, e
invece è un parcheggio immenso che circonda una pista da ballo in mezzo
ai giardini.
Il rituale è sempre quello: entro mischiata alla folla di ragazzini, mi
scelgo un divanetto accanto alla pista o una poltroncina di vimini in
giardino, sorseggio un cubalibre e mi guardo in giro. Sembro una qualunque
donna sola, ma nella mia testa sono un agente in missione, un inviato
speciale dal passato, un monaco zen in attesa della sua illuminazione. Che
avviene, avviene quasi sempre. Di solito sul tardi, di solito con "Tenax",
magari in versione disco mix, come si diceva ai miei tempi. Ma ogni tanto
qualche dj in vena di curiosità si divertente a variare programma e a
mettere sul piatto "Le Louvre". Addirittura, settimana scorsa,
alla serata lounge della Piscina Solari, mi è balzato il cuore in gola
quando ho riconosciuto l'attacco di "Diamanti", l'ultimo singolo
che avevo inciso, il meno noto, il meno venduto. Persino questo hanno
ritirato fuori. Chi se lo sarebbe immaginato.
Ma il mio compito privato è proprio quello di esserci sempre, di stare
all'erta per captare esattamente questo tipo di miracoli. E ogni volta che
il prodigio accade, quando il suono comincia a propagarsi e la mia voce
teenager esce sparata dalle casse, io mi alzo, sfilo gli occhiali neri e
con lo sguardo abbraccio la massa di corpi danzanti, le coppie di
ragazzini che si abbracciano, i sorrisi della gente in pista, le parole
canticchiate a fior di labbra e lascio che tutto questo mi investa come un
terremoto interiore.
A quel punto la mia missione è finita. Il monaco rientra nella sua cella.
L'agente segreto si rimette gli occhiali e torna a casa soddisfatto.
So che non durerà a lungo. I revival hanno tempi brevi e
già alle porte preme la riscoperta dei primi anni 90. Tra un po' sarà
tutto finito di nuovo e anche le mie canzoni torneranno nell'oblio da cui
sono state momentaneamente riesumate. Ma è proprio questa precarietà a
muovermi, a tenermi costantemente attiva. Finché sta accadendo io devo
esserci, devo percepirlo. Prima che scompaia di nuovo io devo sentire che,
nel mio piccolo, una traccia l'ho lasciata.
In fondo, non è per questo che si vive?
Nota dell'autore: il presente racconto si ispira alla
figura della cantante Diana Est e ai tre singoli da lei pubblicati fra il
1982 e il 1983. E' frutto di pura invenzione e ogni eventuale riferimento
alla vita e alle vicende della persona reale è da considerarsi puramente
frutto del caso.
Pubblicato su "Max", agosto 2002, col titolo "Magnifica
ossessione".
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