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:: LA PAROLA TRASH (R) ESISTE

Quante sono le illuminazioni culturali che possiamo sperimentare nella nostra vita? Poche, probabilmente. Però esistono. Letture, visioni, incontri che cambiano radicalmente e inesorabilmente il nostro modo di vedere le cose, di decodificare il reale. Nel mio caso posso citare solo alcuni esempi, come l'assistere alla proiezione del primo film di Almodovar distribuito in Italia, la lettura folgorante della biografia di Andy Warhol a opera di Victor Bockris o la scoperta dei saggi del regista americano John Waters.
E' a Waters che devo una delle rivelazioni più importanti della mia formazione. La sua affermazione "Occorre molto buon gusto per apprezzare il cattivo gusto" per me è stata un punto di non ritorno. Nella sua semplicità, questa dichiarazione traccia l'intero percorso culturale del trash, che parte da una consapevolezza alta e approda agli oggetti più infimi del panorama mediatico per offrire loro una rivalutazione intellettuale sino a poco prima ritenuta impossibile.
Tuttavia è riduttivo pensare che la vera peculiarità del trash stia solo nella capacità di riconsiderare elementi comunemente ritenuti volgari. La sua forza sta soprattutto nella prorompente facoltà liberatoria di apprezzare gli aspetti più popular della vita. Il trash è una forma di emancipazione dagli asfissianti diktat della cultura imperante. Fin da piccolo detestavo gli intellettuali che intervistati durante Sanremo dichiaravano disgustati che non seguivano certi programmi poiché preferivano i concerti di musica classica. C'è voluto John Waters perché io potessi finalmente dare un nome alla mia insofferenza verso questi imbecilli, costretti dal loro status di uomini di cultura a doversi dichiarare orripilanti dalle canzonette popolari.

Per anni il trash ha richiesto ai suoi cultori una buona dose di spavalderia: proclamarsi ammiratori di film commerciali di serie b o delle gondolette di ceramica in vendita alla stazione di Venezia faceva storcere il naso ad amici e conoscenti. Poi, nel giro di brevissimo, la tendenza si è invertita e (dal momento che l'Italia è un paese pericolosamente qualunquista) d'improvviso la passione per il trash è diventata un luogo comune, strombazzato da tv e giornali come la moda del momento. Un impeto di rivalutazione sociale e culturale che investiva chiunque, dalle televisive repliche di Alvaro Vitali agli album di Elio e le storie tese. Un colpo di fulmine collettivo che permetteva a Nino D'Angelo di pubblicare la propria autobiografia per Mondadori e che regalava trasmissioni della prima serata di Rai Uno al supercafone Er Piotta. Per un paio d'anni almeno, tutto è stato trash.
Il via a questa rivoluzione contro-culturale ha avuto, manco a dirlo, un'origine assolutamente intellettuale, vale a dire la contemporanea pubblicazione di due saggi, "Spazzatura" di Giuseppe Salza e "Andy Warhol era un coatto" di Tommaso Labranca, editi nel 1994 da due (allora) agguerrite piccole case editrici, Theoria e Castelvecchi. E se Salza offriva un'analisi panoramica del fenomeno trash di matrice principalmente americana (il buon gusto del cattivo gusto, appunto), Labranca promuoveva un'interpretazione teorica originale basata sul concetto dell'emulazione fallita (la ragazzetta di campagna che vuole imitare lo stile della sua idola Madonna e copia un look vecchio di un paio d'anni per mostrarsi agli amici in discoteca ottiene un effetto imbarazzante e pacchiano). Due letture che identificavano aspetti differenti dello stesso fenomeno: da un lato il trash consapevole, dall'altro il trash spontaneo.

Quello del trash è un concetto applicabile a qualsiasi forma artistica, letteratura compresa. E anche qui è possibile identificare una contrapposizione: la panettiera di Rovigo che scrive poesie dedicate al suo gatto e le pubblica sul bollettino locale ha lo stesso grado di leggiadra inconsapevolezza dell'emula di Madonna (e identifica la poesia come lo scrivere quattro righe in rima); al contrario, lo scrittore che inserisce Giancarlo Magalli e le televendite nei propri racconti come simboli della volgarità mediatica compie un'operazione di commistione culturale perfettamente conscia.
Verso la metà degli anni 90 la critica letteraria ha coniato l'incongrua definizione di "pulp" per accomunare una serie di giovani autori che consapevolmente infarciva le proprie narrazioni di elementi tipici della cultura bassa: personaggi nazional-popolari, successi radiofonici, divette del cinema, scene d'azione da telefilm di serie B, linguaggio alla Er Mondezza. Elementi che evidenziavano quanto il pulp letterario all'italiana fosse una filiazione diretta (forse addirittura un sinonimo) del trash.
L'arrivo del pulp ha segnato l'ingresso nella narrativa alta di un vasto campionario di temi e oggetti che, benché fortemente presenti nella società, erano stati sino ad allora esclusi dall'ambito letterario. E' evidente che la scelta di questi narratori avesse un carattere fortemente eversivo: il desiderio di affrancarsi da una narrativa pulita, asettica e probabilmente elitaria per abbracciare una più cruda, genuina e sicuramente meno snobistica visione del panorama contemporaneo.

Va detto che il termine "pulp" non fosse felicissimo. Mutuato ovviamente dal quasi omonimo film di Quentin Tarantino, che alla sua uscita aveva davvero conquistato chiunque, il nome alludeva agli aspetti più sanguinolenti e superficiali delle storie proposte della neonata ganga di narratori. Del resto quello delle definizioni affrettate è sempre stato un serio problema della critica letteraria (qualcuno forse si è dimenticato dell'agghiacciante definizione di "penne rock" coniata per indicare i primi libri di Silvia Balestra e gli altri Under 25 scoperti da Tondelli? Io no).
Fortunatamente sono stati gli autori stessi a liberarsi dell'angusta definizione, spostandosi con le proprie opere verso storie meno truculente che mantenevano comunque vivissimo il rapporto con gli aspetti più ordinari della realtà: Aldo Nove, passato dalle violenze domestiche dei primi racconti a romanzi di parodistica ambientazione esotica o a storie d'amore di provincia, Niccolò Ammaniti dallo splatter di un capodanno condominiale alla sofferta educazione sentimentale di un bambino, Matteo Galiazzo dai serial killer della gioventù cannibale a un romanzo in cui mischiava allegramente elementi di fisica quantistica con le disavventure lavorative del suo protagonista. Giusto per fare tre esempi.
Ma, al di là dell'etichetta rivelatasi inopportuna, il pulp ha significato l'allargarsi dell'orizzonte narrativo verso più ampi territori e l'inclusione ufficiale degli elementi della cultura popolare nei romanzi dei giovani scrittori.

Quello del trash quindi è un concetto che ha coagulato attorno a sé una serie di differenti manifestazioni. E se nel campo della letteratura italiana ha comportato la nascita di un nuovo movimento, in quello del design internazionale ha dato il via alla rivalutazione del kitsch (un esempio su tutti, il classico nanetto da giardino tramutato in sgabello domestico da Philippe Starck) e negli Stati Uniti ha coinciso con l'esplosione del camp, la passione tipicamente gay per gli aspetti più pacchiani della cultura popolare, portati in trionfo in cinema e in tv dalle più vistose drag-queen, da Ru Paul a Lipsynca.

Certo, il troppo stroppia. E l'abuso del termine trash (almeno nel nostro paese) ha ormai stomacato chiunque, soprattutto i cultori originari del fenomeno, che hanno visto generalizzare e snaturare i propri oggetti del desiderio. E anche se l'impatto avuto da questa rivoluzione culturale è innegabile, forse è venuto il momento per considerare il fenomeno da una prospettiva più allargata, che vada al di là delle singole definizioni.

Mentre scrivo questo articolo, mi torna in mente una scena particolarmente significativa di un film inglese: in "Sammie e Rosie vanno a letto", pellicola del regista inglese Stephen Frears sceneggiata dallo scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi, c'è un dialogo in cui il padre del protagonista, un uomo legato profondamente alle sue radici e alle tradizioni, fa osservare al figlio ribelle e anticonformista quanto il concetto di cultura sia cambiato da una generazione all'altra. Per i padri era lo studio classico, per i figli è diventato un coacervo di libri, dischi, film, tv… "Per voi è tutto cultura" gli dice, quasi sconsolato.
Ecco, allo stesso modo i critici in questi anni hanno dovuto fare i conti con il medesimo scarto, confrontandosi con una nuova generazione di artisti per i quali la cultura era "tutto".
Secondo il padre stesso della pop-art, Andy Warhol, la filosofia del pop era appunto: "Tutto è buono". Un concetto più allargato, ma ampiamente compatibile con quello del trash.

Personalmente, pur amando da sempre anche gli oggetti del più cattivo gusto, non ho mai identificato come trash i miei interessi o l'ambito della mia produzione letteraria. La mia naturale propensione per il gusto popolare, nel senso più vasto del termine, mi ha portato a considerarmi piuttosto un autore pop.
Così, quando ho scritto il mio romanzo "Generations of love" ho compiuto due scelte profondamente pop: l'inserimento di un'icona televisiva come simbolo epocale e l'uso delle canzonette come forma di datazione.
La figura totemica da me assurta a personificazione di un intero esprit generazionale era Wanna Marchi. La dea delle alghe, delle diete, degli scioglipancia, delle mirabolanti riduzioni del girovita, era ai miei occhi il perfetto contraltare ruspante e pacchiano di una gioventù cresciuta col mito del look e della corsa sfrenata all'edonismo degli anni ottanta. (E a ripensarci oggi, dove stava il cattivo gusto? Negli yuppies che sfoggiavano il loro sfacciato rampantismo o nelle urla sguaiate della televenditrice emiliana?).
L'assenza di una cronologia precisa invece era compensata dalle citazioni dei successi discografici di allora. Ho scelto di citare delle canzoni per alludere, metonimicamente, al periodo in cui sono esplose: "Disco Bambina" di Heater Parisi indicava la fine degli anni 70, "Vamos a la playa" dei Righeira i primi anni 80, "Unfinished sympathy" dei Massive Attack l'inizio dei 90. Una mappatura analogica in cui il lettore potesse identificarsi più emotivamente che razionalmente.

Sì, sì, certo, sono laureato in filosofia, avrei potuto optare per una citazione di Wittgenstein per l'apertura del romanzo. Ma gli ho preferito Boy George il cui impatto, ero certo, sarebbe stato ben maggiore sui miei coetanei, creando quell'empatia che cerco sempre quando scrivo.
Perché io, al contrario dell'uomo di cultura togato, sono uno di quelli che aspetta fremente per tutto l'anno l'arrivo della settimana del Festival di Sanremo. E' di canzoni pop che è fatta la mia vita e, sono certo, quella di quasi tutti.
Sono disposto a combattere strenuamente per difendere il valore culturale del pop. Anche a costo del sacrificio supremo: rinunciare all'etichetta tanto prestigiosa e necessaria di "intellettuale".
Chiamatemi pure semplice entertainer.

Pubblicato (senza titolo) su VOGUE Italia, Settembre 2001

 

 

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