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:: ELOGIO DELLA FANZINE

Le riviste autoprodotte: un universo tenace di cultura non mediata. Dagli exploit d'oltreocaeano alle memorie personali.

ELOGIO DELLA FANZINE
di Matteo B. Bianchi


NON PASSA PAROLA

L'altra sera guardavo uno di quei quiz preserali che fanno vincere miliardi con domande di quinta elementare, quando ho sentito il conduttore formulare il seguente quesito: "Lettera F: Rivista amatoriale autoprodotta dai fans di un gruppo o un genere musicale". Il concorrente ha scosso la testa e ha ammesso di non averne idea. Il presentatore allora, con altrettanta perplessità, ha letto sul proprio copione la risposta: Fanzine. "Pare che si chiamino così" ha aggiunto, come a dire che lui stesso ignorava l'esistenza del termine. La scenetta mi ha un meravigliato, e anche un po' immalinconito.
Davvero la gente non sa che esistono le fanzine?
Non sono così ingenuo da giudicare la cultura generale da trasmissioni televisive del genere (la sera prima un altro concorrente era indeciso se i Vangeli fossero quattro o undici), tuttavia mi è spiaciuto sul serio vedere che il giocatore, un ragazzo pressappoco della mia età, non avesse idea di cosa fosse una fanzine. E ho pensato: ma che vita triste deve aver avuto?

UNIVERSO AUTOPRODOTTO

La verità è che le riviste autoprodotte sono uno degli strumenti più potenti e immediati per comunicare e diffondere le proprie passioni, i propri ideali, il proprio credo (politico, religioso, musicale che sia). E sono soprattutto uno strumento alla portata di tutti. Chiunque può creare una fanzine: bastano pochi fogli e una fotocopiatrice (quella dell'ufficio dove lavora papà va benissimo o, alla peggio, si va nei copy-center self-service delle università). Quanto ai contenuti, ogni cosa è valida. Anche il non saper scrivere. Una fanzine può essere fatta di articoli redatti appositamente e di disegni pensati per illustrarli, ma anche di foto tagliate da altre riviste, da pezzi rubati ad altri giornali, da brani tradotti da pubblicazioni straniere. Non importa il cosa, importa sempre il come. Una fanzine è lo specchio dell'anima di chi le fa.
Per loro natura queste riviste improvvisate, dettate più da una reale urgenza di comunicare che da una accurata premeditazione, hanno svolto spesso una funzione fondamentale in ambito politico o sociale. La leggenda narra che l'intero fenomeno punk sia nato da una rivista fotocopiata che portava in copertina l'immagine delle dita su un manico di chitarra. Il titolo diceva: "Questi sono due accordi. Adesso andate fuori e formate una band". Decine di ragazzini hanno preso il suggerimento alla lettera e da allora la musica non è più stata la stessa.
La forza delle fanzine talvolta è tale da arrivare a rivoluzionare la vita stessa dei loro creatori. Ci sono casi eclatanti che lo dimostrano, parabole provenienti soprattutto da oltreoceano, dove l'american dream si avvera evidentemente anche per gli outsider. Pagan Kennedy, una studentessa americana annoiata del corso di scrittura creativa che stava seguendo all'università, decise di investire meglio il suo tempo creando una fanzine personale invece di continuare a seguire le lezioni. La sua "Pagan's head" (gioco di parole legato al suo nome, che suonava circa "Testa di pagana") era una sorta di diario pubblico: stralci di lettere alle amiche, commenti sui curiosi personaggi che affollavano il campus, resoconti delle proprie vacanze. Roba così. Lo stile brillante, le acute osservazioni e anche la stranezza dei contenuti rese subito la fanzine popolarissima. "Pagan's head" ebbe un tale successo che presto arrivò a diffondersi ben al di là del ristretto perimetro del college, finché non giunse sulla scrivania del direttore della celebre casa editrice Saint Martin's Press di New York. L'entusiasmo dell'uomo fu tale che tutti i numeri della fanzine vennero raccolti e pubblicati in volume col sintetico titolo "Zine" e Pagan Kennedy si guadagnò l'appellativo di "regina delle fanzine" dal mensile d'avanguardia "Wired". Oggi la Kennedy è una narratrice affermata, con diversi romanzi pubblicati, uno tradotto anche in Italia (il tenero "Zitelle", Marsilio editore).
Un simile caso di ascesa professionale è quello di Paul Lukas, autore della fanzine "Beer frame - The journal of inconspicuous consumption" (Pausa per la birra - Diario del consumo insignificante), dedicata all'analisi di prodotti di consumo di varia natura. L'intuizione di Lukas fu quella di occuparsi di articoli alimentari, igienici, dolciari, medici, persino militari, adottando lo stile diretto e giovanilistico delle recensioni discografiche. Un'idea che gli valse l'offerta di una rubrica fissa sul "Village voice" e la pubblicazione di una raccolta in volume delle pagine migliori della fanzine presso il prestigioso editore Random House.
E se proprio non vogliamo cercare solo all'estero simili exploit, basti il caso della fanzine universitaria torinese "Label", nata da un gruppo di studenti come tentativo di fare una piccola rivista di design e mode contemporanee, notata poi da un grande editore internazionale. Oggi "Label" esce in edizione bilingue italiano/inglese ed è distribuita in ben 15 paesi nel mondo.

LUCIDA FOLLIA

Tuttavia i veri tesori dell'universo fanzine si trovano soprattutto nell'ambito strettamente individuale: pubblicazioni bizzarre e assolutamente alternative, dedicate a tematiche di cui la stampa ufficiale non potrebbe mai occuparsi, perché troppo specifiche, poco commerciali o terribilmente scottanti. Le passioni personali sono la fonte d'ispirazione principale per il popolo dei fanzinari, e sono anche quelle che hanno prodotto i risultati più interessanti.
La dose di follia è notevole: essendo un appassionato studioso del fenomeno, nel corso degli anni ho avuto l'occasione di sfogliare rivistine realmente sorprendenti: dalla curiosa "Mistery date", guida per ragazze basata esclusivamente su materiale degli anni 50 e 60, alla strepitosa "Murder can be fun", pubblicazione dedicata alle morti violente e agli omicidi seriali (inarrivabile il numero sulle vittime di incidenti mortali a Disneyland, un argomento che per ovvie ragioni commerciali non giunge mai alle cronache ufficiali). Per non parlare delle autoproduzioni a contenuto erotico, come "Dirty", composta di lettere nelle quali i lettori raccontano le proprie fantasie masturbatorie, "Black banana", dedicata al culto degli uomini di colore (il titolo è davvero tutto un programma) o la bizzarria di "My dick", rozza newsletter fotocopiata di due paginette scritte a mano, che un ragazzo americano consacrava interamente al proprio membro (stato di salute, incontri con l'altro sesso, frequenza di erezioni mattutine). Dopo letture del genere, persino i porno sembrano riviste da sala d'attesa medica.
Ma questi sono ovviamente solo alcuni dei miliardi di esempi possibili. Il fenomeno è così vasto che non ha neppure senso cercare di darne dimensioni e cifre. In Italia la produzione di fanzine è tale da meritarsi una manifestazione ufficiale dall'indovinato titolo di "Ululati dall'underground". Una sorta di fiera indipendente che raccoglie stand di fans club, materiale da collezionisti e riviste fai-da-te delle più varie: dal bollettino periodico degli ammiratori del Califfo (Franco Califano) al giornalino degli appassionati del telefilm "Happy days".
Oggi, grazie a internet, molte fanzine si sono convertite in riviste virtuali, denominate webzine o e-zine. Il passaggio rappresenta un'evoluzione in termini di qualità e potenziale diffusione del proprio messaggio, ma non muta di una virgola il senso di libertà espressiva proprio dell'autoproduzione. E' cambiata solo la forma, le ragioni di fondo sono rimaste invariate.


SARA' CAPITATO ANCHE A VOI DI AVERE UNA MUSICA IN TESTA

Personalmente, ciò che trovo più affascinante del fenomeno dell'autoproduzione giornalistica è la potenzialità che racchiude, la sua estrema facilità di approccio e gli imprevedibili sviluppi che può creare. Potrei riferirvi decine di storie a questo proposito (di mille ce n'è nel mio cuore di fiabe da narrar), ma ve ne racconterò una particolarmente sentita: c'era una volta uno studente da poco iscritto all'università. Ero io. Avevo appena scoperto l'esistenza di un fenomeno chiamato "new-wave italiana". I Diaframma, i Neon, i Litfiba, i Pankow, i CCCP-Fedeli alla linea… tutto un movimento underground stimolante e in pieno fermento, che partiva dalla provincia e che stava cominciando a fare sentire la propria voce dalle radio private e dai centri sociali. Io ero affascinantissimo, ma solo. Nessuno dei miei amici sembrava provare lo stesso interesse per gruppi che, a malapena, avevano inciso dischi autofinanziati, spesso introvabili nei normali negozi. Finché un giorno ho scoperto in una bacheca bibliotecaria l'annuncio di un ragazzo che cercava musicisti per fondare un gruppo di musica dark-elettronica. In calce al messaggio metteva un elenco delle sue band preferite. Era una copia esatta dell'elenco che avrei fatto io. Ho preso il numero di telefono e l'ho chiamato. Il fatto che non fossi un musicista e che non avessi alcuna intenzione di fondare un gruppo non mi ha minimamente trattenuto, né lui me ne ha chiesto spiegazione. Ci siamo incontrati il giorno dopo e abbiamo passato ore a parlare dei nostri idoli musicali con la stessa foga di due muti che avessero appena riacquistato l'uso della voce. Chi ha mai avuto una passione solitaria e abbia un giorno trovato finalmente qualcuno con cui condividerla sa di cosa sto parlando.
La mia proposta era quella di realizzare una fanzine che si occupasse dei nuovi gruppi del rock italiano e lui accettò immediatamente con vero entusiasmo. Era tanta la frenesia di mettere in pratica il progetto che il numero zero lo completammo in pochissimi giorni, realizzando veloci interviste coi primi gruppi che ci erano letteralmente capitati a tiro, senza un criterio preciso se non quello della facile reperibilità. I dieci fogli pinzati che riuscimmo a mettere insieme erano il nostro lasciapassare: per quanto raffazzonato, quel tentativo di rivista ci autorizzava ad andare fuori dai concerti e dire ai gruppi: "Ciao, noi facciamo questa fanzine dedicata al rock italiano, si chiama "Anestesia Totale", possiamo intervistarvi?". Rispondevano tutti di sì.
Per il numero uno avevamo messo a segno gran parte dei nostri obiettivi: eravamo riusciti a intervistare alcune delle nostre band preferite di allora, dai Litfiba ai Denovo, dai Neon a Diaframma, e persino compilare una cassetta di canzoni originali da allegare alla fanzine. Ci sembrava di aver realizzato un sogno, e invece eravamo solo all'inizio. Quello che successe dopo era per noi davvero imprevedibile.
Successe semplicemente che la voce si sparse. I gruppi cominciarono a contattarci, le radio a invitarci in trasmissione, le case discografiche indipendenti a inserirci nelle loro presentazioni (che soddisfazione essere mischiati fra i giornalisti per il lancio di "17 re" dei Litfiba: noi due pivelli in conferenza stampa accanto ai critici dei quotidiani nazionali!). Ogni sera c'era un concerto da qualche parte, una manifestazione in un centro sociale, una festa. Accadevano troppe cose interessanti per ignorarle. Smettemmo praticamente di studiare e seguimmo l'onda.
La proposta più curiosa arrivò dal comune di Dorno, piccolo centro in provincia di Pavia, che ci chiese di collaborare per mettere in piedi un concerto. Noi chiamammo a raccolta una decina di gruppi, e quella che doveva essere una serata di musica si trasformò in una specie di happening giornaliero, annunciato con manifesti in tutta la provincia con il pomposo titolo di "Primo festival di musica indipendente Anestesia Totale". Avevamo fatto tutto con l'incoscienza di uno scherzo, invece venne un sacco di gente. Si mossero dei giornalisti da Milano, due tv locali intervistarono me e il mio socio come le menti della manifestazione e Radio Popolare trasmesse in diretta parte della serata. Alla fine si rivelò tutt'altro che uno scherzo: il nostro "festival" era stato preso sul serio, eccome.

PUNK IS NOT DEAD

Ci sono momenti nella vita in cui devi fare delle scelte e io nel punto di maggior fulgore della nostra avventura fanzinara decisi di mollare tutto e tornare all'università. Il mio compagno di avventure invece proseguì su quella strada, giunse così a collaborare con riviste musicali nazionali e a inventarsi una carriera di sceneggiatore di fumetti giovanili. A dimostrazione che era davvero possibile arrivare lontano partendo da dieci fogli fotocopiati.

Perché sto raccontando tutto questo? Perché il periodo di "Anestesia totale" è stato entusiasmante come poche altre cose nella vita. Perché da ragazzino relativamente solitario e tranquillo mi sono visto di colpo proiettato in un mondo di concerti, radio, festival, nuove amicizie sparse per l'Italia, che avevano il sapore del sogno fatto realtà. Perché cose che prima apparivano irraggiungibili si erano concretizzate in immediate opportunità. E perché simili scoperte sono troppo importanti per essere tenute egoisticamente nascoste.
Parafrasando il messaggio della prima fanzine punk: Questo è quello che è successo a me. Adesso andate fuori e fondate la vostra fanzine.

 

 

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