Io invidio da morire Dave Eggers, anzi lo odio proprio, e per svariati
motivi. Invidio la sua prosa fluente e inarrestabile, l'apparente
scorrevolezza con cui scrive un romanzo di quasi quattrocento pagine e
arriva ad aggiungerne un'altra cinquantina in un'edizione successiva.
Invidio il successo strepitoso che il romanzo ha incontrato. Invidio
l'anticipo miliardario che l'editore americano gli ha offerto sulla sola
edizione paperback. Invidio l'entusiasmo con cui il libro era esposto
nelle vetrine della City Lights Bookstore di San Francisco (dico: la
libreria di Ferlinghetti, il punto preciso nel mondo da cui ha preso il
via la rivoluzione culturale della beat generation, il locale dove
Kerouack e Cassidy e Ginsberg e Dylan Thomas si incontravano per parlare
di sesso, letteratura, sogni - e secondo me in quest'ordine preciso -, non
una Barnes and Nobles qualsiasi). Invidio la stima che si è guadagnato
con gli intellettuali di grido. Sono tutti motivi validissimi per
invidiarlo.
Ma c'è una cosa che gli invidio ferocemente più di ogni altra ed è
"McSweeney's".
Rewind: ammettiamo che non sappiate chi è Dave Eggers, quindi ignorate
il suo romanzo e ancor di meno sapete cosa sia McSweeney's. Mi tocca
spiegarvelo.
Dave Eggers è un giovane scrittore originario di Chicago, autore del
romanzo autobiografico "L'opera struggente di un formidabile
genio". La trama, in sintesi, è piuttosto drammatica: un ragazzo
ventiduenne assiste alla morte per cancro di entrambi i genitori,
nell'arco di pochi mesi. Rimasto solo coi fratelli, lascia la nativa
Chicago per andare a vivere a San Francisco con il fratellino minore di
appena nove anni, affrontando i dubbi, le euforie, i brividi che tali
indipendenza e responsabilità comportano.
Malgrado ciò che il contenuto suggerisce, il libro non è affatto
tremendo (nel senso di doloroso, lacrimevole, tragico). Gli elementi del
dramma infatti sono abilmente mescolati dall'autore con una studiata
arguzia, una curiosità inesauribile verso gli aspetti più bizzarri del
reale, una serie di lievi considerazioni sulla vita familiare… E presto
il fulcro della narrazione si sposta verso il rapporto totalizzante e
unico tra i fratelli rimasti orfani e il tono della vicenda scivola verso
il divertente e l'entusiasta, passando dall'asfissiante atmosfera di
dolore domestico all'inebriante senso di libertà e di scoperta che
qualunque ragazzo appena ventenne potrebbe provare se lasciato in piena
autonomia decisionale.
Narrativamente parlando siamo dalle parti dell'avant-pop, benché Eggers
abbia la capacità ammirevole di mantenere uno stile di scrittura
accessibile e perfettamente fluido anche quando lo sviluppo del libro
svolta improvvisamente verso bizzarre ramificazioni, del tutto laterali
alla vicenda principale (come un colloquio con una responsabile del canale
MTV che occupa ben 60 pagine del volume).
Insomma, un bel romanzo, giovane quanto basta, intelligente quanto basta,
avanguardista quanto basta, che ha avuto in patria e all'estero un
successo esagerato (ben più di quanto sarebbe bastato, tanto per
terminare l'analogia).
Forte di tale boom, Eggers invece di abbandonarsi sulle spiagge
californiane a fare il surfista, a circondarsi di donnine bionde e
pettorute, a sperperate in agiatezza i miliardi incassati, decide di
trasferirsi un'altra volta. Va a New York e fonda una rivista sua, con
annessa casa editrice. Le chiama (entrambe) "McSweeney's".
Fast-forward: adesso che lo sapete, potete capire meglio il motivo per cui
lo odio. Perché non so quali siano i sogni degli altri sulla propria
vita, ma il mio è esattamente quello di diventare ricco al punto da
potermi permettere la mia personale rivista con casa editrice annessa.
Esattamente.
Il nome "McSweeney's" proviene da un personaggio, tale Timothy
McSweeney, forse inventato, forse no, che Eggers sostiene fosse l'autore
di una serie di lettere deliranti indirizzate a sua madre quando lui era
un ragazzino. L'idea è che ogni numero della rivista contribuisca a
tracciare il profilo di questa mitologica figura con dettagli, ipotesi,
indizi reali.
Invidio troppo Eggers per cercare di procurarmi i numeri arretrati della
rivista, ma durante la mia vacanza a San Francisco un mese fa non ho
potuto fare a meno di comprarne l'ultimo numero, il sesto. (25 dollari,
per la cronaca, quasi 60.000 lire: ti odio ancora di più Eggers).
E che rabbia, che profondo risentimento nello sfogliarla e dover ammettere
che… vaffanculo Eggers, è bellissima! Intanto ha una deliziosa grafica
da libro elegante anni 60. Poi contiene interventi dei più disparati:
racconti, disegni, foto, dipinti, poesie, ricordi personali su
intellettuali scomparsi. Gli interventi sono firmati da alcuni dei più
interessanti autori emergenti della narrativa anglo-americana, come il
caso letterario dell'anno in Inghilterra, la scrittrice Zadie Smith. E
come se ciò non bastasse alla rivista è accluso un cd: 44 tracce
composte per la maggior parte dal duo musicale d'avanguardia dei They
Might Be Giants. La colonna sonora originale del volume, i cui pezzi hanno
una durata variabile, studiata per accompagnare la lettura di ogni singolo
brano della rivista (hanno fatto dei calcoli empirici per stabilire la
durata media della lettura dei pezzi narrativi).
E' sconfortante riconoscere quanto è geniale e accurato il progetto
generale.
I motivi dunque ve li ho spiegati. Adesso se incontrate Eggers, fatemi
un favore personale: sputategli in faccia da parte mia. Temo, temo
terribilmente, che se dovessi incontrarlo io dal vivo finirei in ginocchio
per l'ammirazione.
Pubblicato su Label # 3, Autumn 2001
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