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IL FENOMENO "POPSTAR"

Quando Il Grande Fratello incontra le Spice Girls, nascono le Lollipop, cinque star delle classifiche create in laboratorio. Ma loro ci sono o ci fanno?

VOLEVO ESSERE UNA LOLLIPOP
di Matteo B. Bianchi

Una droga. Un'ossessione quotidiana. Una pura, completa dipendenza. Questo per me è stato "Popstar", programma pomeridiano di Italia Uno andato in onda da gennaio a marzo di quest'anno. Per chi non ne avesse mai sentito parlare (possibile?!?) spiegherò che si trattava di un reality show il cui fine era la creazione di un gruppo pop da classifica, una girl-band sul modello delle Spice Girls. Il format del programma era di matrice australiana: il gruppo che era uscito da quella edizione originaria, battezzato con l'esotico nome di Bardot, aveva sbaragliato le classifiche locali, raggiungendo la vetta sia con i singoli che con l'album di debutto. Inutile dire che a quel punto l'interesse di altri paesi, e altrettante case discografiche, si è immediatamente acceso, ed ecco Italia, Inghilterra, Svezia, Germania e USA pronte a replicare l'esperienza a casa loro. La gallina, in effetti, è dalle uova d'oro: si ottengono contemporaneamente un programma televisivo e un successo discografico allo stesso prezzo. Valeva la pena provarci.
Il format di "Popstar" manteneva molti degli elementi che hanno fatto la fortuna degli altri reality show: partecipanti anonimi, telecamere onnipresenti e invadenti, riprese implacabili di pianti, liti, gioie, frustrazioni. Il solito orwelliano "Il Grande Fratello ti guarda", anche se stavolta più che un Big Brother era una Little Sister a osservare, dato che il target medio della trasmissione era composto da adolescenti appena rientrate da scuola. E da me.

La verità è che "Popsar" offriva a chi si occupa di fenomeni di costume un impagabile strumento per constatare come vengono creati i fenomeni marketing da top-ten discografica. Uno sguardo sui meccanismi che portano le moleste vocine alla Britney Spears a dominare il mercato del disco e a trasformarsi in seguito in bamboline, t-shirt, diari, libri fotografici. Una telecamera puntata sul laboratorio dove si creano gli idoli.
Per le spettatrici tredicenni invece lo show era la promessa di una chimera: guardate come una ragazza qualsiasi realizza il sogno di diventare una star! Senza ovviamente specificare che il sogno non era il suo, ma dell'industria che la stava cercando.

Quello di "Popstar" era un meccanismo quasi sadico, basato sull'eliminazione progressiva di centinaia di ragazzine, giunte da ogni parte d'Italia per cantare, ballare, sorridere davanti alla commissione selezionatrice. Molte (l'avevano stampato a chiare lettere in volto) sarebbero state pronte a tutto e a dimostrarlo talvolta contribuiva la loro totale incapacità canora, un dettaglio che parecchie avevano considerato insignificante in un concorso per cantanti pop. Tante, tantissime, erano lì fondamentalmente per mostrarsi alle telecamere nella speranza (forse neppure remota) che il prossimo posto vacante di Letterina o Paperella in un telequiz serale potesse toccare a loro.
Coloro che venivano ammesse alle prove successive esultavano entusiaste, le altre si abbandonavano a rabbia e pianti. Gli operatori le rincorrevano all'uscita dal teatro, nelle strade, mentre ancora si asciugavano le lacrime per la sconfitta. In tante, di fronte alla telecamera, immediatamente ritrovavano la determinazione che sembravano aver perduto, facendo dichiarazioni del tipo: "Non mi importa se mi hanno eliminato. Io so che ce la farò. Questa è la mia strada. Sono sicura, presto sentirete parlare di me!". E poi via, a rituffarsi sulla spalla di papà, che le abbracciava rassicurante: "Eri la migliore, tesoro. Le altre non valevano niente". Perché (inutile specificarlo) dietro a molte di queste aspiranti dive c'erano genitori ancora più agguerriti e affamati di celebrità delle stesse figlie.

Più si procedeva con le prove, più il gioco delle eliminazioni mostrava il suo reale significato, evidenziando i criteri che la commissione seguiva per operare le proprie scelte: un insieme di telegenia, sfrontatezza, lolitismo. Concorrenti con una voce da far impallidire Aretha Franklin, ma con un fisico sovrappeso, venivano scartate a favore di altre con vocette discrete e maggiore abilità nel dimenare il bacino.
Le stesse ragazze riconoscevano lo straordinario talento vocale di alcune escluse e arrivavano a comprendere più chiaramente cosa veniva richiesto loro: di corrispondere a un'immagine precisa. E si impegnavano per ottenerla.
Sino alle eliminatorie finali: venti concorrenti, poi ridotte a dieci, poi giunte finalmente a cinque in uno show in prima serata.

Risultato? Le Lollipop: Dominique, Marcellina, Marta, Roberta, Veronica, di età compresa fra i 19 e i 24 anni, il cui singolo di debutto "Down, down, down" è entrato direttamente al primo posto della classifica delle vendite italiane.

Le Popstar da laboratorio hanno compiuto con successo la loro prima missione. Bene. Ma io sono rimasto orfano della mia droga quotidiana. Non posso averle seguite religiosamente per oltre tre mesi e poi privarmene così a lungo. E poi, adesso che da star virtuali sono diventate idole reali dei teenager, come vivranno queste ragazze, cosa penseranno, come reagiranno? Soprattutto, quanto sono già entrare nei cinici meccanismi dello show-business?
Sono un giornalista, quindi cerco di essere professionale: chiedo un appuntamento per un'intervista. Mi rimandano per oltre un mese e mezzo, le ragazze sono impegnatissime: tv, promozione, incisioni in studio. Poi, quando ormai avevo perso le speranze, mi telefona il loro ufficio stampa per annunciare che l'incontro è fissato per un paio di giorni dopo.
Ci siamo. La mia dipendenza incontra la sua fonte. E stavolta ho tutte le intenzioni di uscire dal tunnel.

Le Lollipop mi aspettano in un ufficio della loro casa discografica milanese. Mi basta entrare nella saletta per capire che tutto l'impianto di cinica indagine che avevo in testa è totalmente fuori posto. Le Lollipop sono solo in quattro ("Roberta oggi è a fare l'esame di maturità") e viste da vicino sono spaventosamente giovanissime. Quando si presentano mi danno del lei, con un misto di deferenza e meraviglia, ancora visibilmente stupite che i giornali e la tv vogliano occuparsi di loro. Appare subito evidente che sono consapevoli solo in parte del mostruoso meccanismo marketing che le sovrasta e quando cerco di sapere quali sono le prime cose che le hanno deluse dell'ambiente dello spettacolo, ora che ci sono dentro, mi rispondono tutte in coro: "Delusioni nessuna!".
L'atteggiamento che mostrano è di bambine a cui si è davvero avverato un sogno: la tv, i fans, le classifiche… Ma basta scavare un attimo però che già il sogno comincia a ridimensionarsi. "Certo, dopo un po' ti rendi conto che questo è tutto tranne che un gioco. Da fuori sembra una vacanza, mentre da dentro è un impegno continuo, noi non ci aspettavamo di dover lavorare così tanto…" (Veronica). "Ti sorprende la falsità che trovi dietro le quinte degli spettacoli… C'è molta finzione, ti accorgi che quasi nessuno è se stesso, che i personaggi televisivi quando si accendono le telecamere diventano un'altra persona" (Dominique).
Sono osservazioni ovvie, ma è chiaro che queste ragazze lo stanno sperimentando per la prima volta di persona e che la cosa le sta sorprendendo.
Quello che stanno vivendo è un processo al contrario. Di solito un gruppo musicale arriva al successo dopo anni di concerti, di tentativi, di gavetta. Loro hanno cominciato dalla fine: prima è venuto il numero uno in classifica, poi è cominciato tutto il resto. Ma questo lo sanno bene: "Gli altri cercano di fare carriera e arrivano al traguardo. A noi è capitato il contrario" (ancora Dominique).
Gli domando se erano consapevoli, partecipando a questo tipo di spettacolo, delle manipolazioni cui sarebbero andate incontro. Subito si infervoravo, si affannano a mettere in chiaro che non hanno mai subito pressioni di nessun tipo dai responsabili del programma. Faccio loro notare che, per esempio, di fronte agli abiti o all'acconciatura che la produzione aveva imposto per la serata del debutto alcune si erano persino messe a piangere. Risponde Marcellina (colta sul vivo): "Ma no, l'avevo chiesto io che mi tagliassero i capelli… Sai, loro ci danno dei pareri sul look, sui vestiti, su tutto… ma è solo perché hanno più esperienza". Veronica aggiunge: "Abbiamo la fortuna di lavorare con persone che ci hanno lasciato libere, che rispettano la nostra personalità". O forse che sanno come imporre gentilmente le loro direttive, penso io.
"Quando dicono che c'erano delle raccomandazioni, che il programma era truccato, è tutto falso. Non è stato ritoccato niente di quello che è andato in onda" continua Veronica. E Marta osserva: "Anzi, ogni tanto sono stati anche un po' cattivi, continuavano a trasmettere i provini più imbarazzanti di certe ragazze…".

Ovviamente non credo tanto alla mancanza di pressione che il marketing esercita su di loro, ma convengo sulla relativa onestà del programma. Mi ha sorpreso constatare la mancanza di censura dello show, che ha fedelmente riprodotto anche momenti di incresciosa verità, come la contestazione di un gruppo di giovani musicisti alla stazione di Bologna, che aveva raggiunto il treno che trasportava le concorrenti e aveva mostrato loro un cartello con la scritta: "La musica si fa col cuore, non con la figa". Episodio andato in onda regolarmente alle 15.30 di un pomeriggio qualsiasi, senza nessun tentativo di occultare la scritta.

"Certo che per le ragazze arrivate con noi alla finale è stato terribile. Erano a un passo dal toccare il sogno e non ce l'hanno fatta. Deve essere stato una mazzata" dice Dominique. E mi offre lo spunto per verificare se l'amicizia e il forte senso di complicità che le concorrenti mostravano era reale. Chiedo se sono ancora in contatto con le ragazze eliminate. "Sì, siamo rimaste amiche. Io per esempio vado spesso a trovare le gemelle di Napoli e con Diana mi sento tutte le settimane al telefono" conferma Veronica.
Andiamo avanti a parlare, della loro nuova vita da girovaghe, del successo dell'album (50.000 copie già vendute nelle prime due settimane, tanto per dare una dimensione commerciale del fenomeno), degli impegni promozionali. Marta esclama "Siamo appena state in Francia a girare il nuovo video, vuoi vedere le foto?" e mi offre non già un carnet di fotografie da cartella stampa, ma l' album di istantanee estratto dalla sua borsa: foto di lei abbracciata alle ragazze, loro sdraiate in spiaggia durante una pausa, foto di gruppo con regista e operatori… L'album privato delle vacanze insomma. Questo gesto così spontaneo mi illumina.
Capisco solo in questo momento che venendo qui mi aspettavo di trovarmi davanti dei mostri alla Grande Fratello, delle aberrazioni alla Salvo, alla Taricone o alla Roberta Beta, dei petulanti signor nessuno improvvisamente assurti al rango di maitre à penser, legittimati dalla fama a pontificare su qualsiasi cosa, compreso ciò che ignorano (che è quasi tutto). Queste ragazze invece tutto mi sembrano fuorché le popstar che dovrebbero essere. Sono ancora delle persona normali, con gli entusiasmi e le ingenuità tipiche dell'età (Marcellina che dice "Devo telefonare a mia mamma, ti spiace?" nel corso dell'intervista e mi chiede scusa perché si estranea dalla conversazione). Una genuinità che non avevo messo in conto e che francamente mi rallegra.

Allora che vivano pure il loro sogno, finché riescono a viverlo come tale. Il grande rischio che corrono è che possa durare poco, molto poco. Le loro colleghe australiane Bardot con l'ultimo singolo non sono riuscite a entrare in classifica. La fama televisiva, si sa, ha il fiato corto. E le stesse Spice Girls, al traguardo del terzo album (appena) hanno fatto un flop mondiale. A dimostrazione del fatto che anche il potere del marketing più elaborato non è illimitato.

"Vabbé, io avrei finito", dichiaro. "C'è qualcosa che vorreste aggiungere?". Le ragazze si guardano dubbiose. Poi Veronica dice: "Sì, che adesso stiamo imparando ad amarci". Le altre tre sgranano gli occhi e li sgrano anch'io. La sincerità meraviglia sempre. Marta sorride. "Ma sì, ha ragione. Noi non ci conoscevamo neppure, è stato il programma che ci ha riunito e ora dobbiamo condividere tutto… Stiamo cercando di accettarci per quello che siamo, coi nostri pregi e i nostri difetti". Marcellina: "Io non sono mai stata capace di avere delle amiche e adesso spero di averne quattro". E prima che me ne vada Dominique mi ferma: "Se lo scrivi però scrivi volerci bene non amarci, se no non è credibile… amarci è una parola grossa, no?".

Ho deciso: se rinasco voglio essere una Lollipop.

 

 

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