|
Matteo B. Bianchi
OLEOGRAFICO SETTEMBRE
Secondo la geografia sentimentale tracciata da Raffaella Carrà,
Trieste è la prima città italiana dalla quale è piacevole copulare. In
una sigla televisiva di decenni fa dichiarava: "Come è bello far
l'amore da Trieste in giù", quasi ad alludere che a Udine, Gorizia,
Pordenone fosse decisamente meno eccitante.
E' a questo che pensa il giovane scrittore Emme Bi Bi al suo arrivo nella
città. Si guarda intorno e osserva i volti dei triestini, cercando di
cogliere nel loro sguardo quell'indice di soddisfacimento erotico che
rende la vita un'esperienza più armonica e appagante.
Addirittura, appena uscito dalla stazione, assiste a questa curiosa scena:
un camioncino da lavoro parcheggia a pochi passi da lui e l'uomo che è al
volante scende, girando intorno al veicolo per aprire la portiera del
passeggero. Ed ecco che, pluff, cade fuori svenuta una ragazza dai lunghi
capelli neri, totalmente abbandonata nelle braccia dell'autista che la
raccoglie al volo prima che precipiti rovinosamente al suolo.
In un'altra città, nella medesima circostanza, Emme Bi Bi avrebbe
pensato: drogata.
A Trieste invece pensa: probabile spossamento da attività sessuale
sfrenata.
Lo scrittore è stato invitato a Trieste per una manifestazione
letteraria. Un baratto culturale grazie al quale verrà alloggiato in
alberghi di lusso e godrà di abbondanti pranzi, che ripagherà fornendo
agli organizzatori un racconto ispirato alla breve permanenza. Insieme a
lui altri sei fra autori e autrici subiranno la stessa sorte. Hanno anche
un tema da svolgere, e il tema è: il mare, navigare.
Appena gliel'hanno comunicato Bi Bi ha pensato, sorpreso: "Ma perché,
a Trieste c'è il mare?". Così è andato sulle rive a controllare.
C'era.
A Bi Bi che Trieste abbia il mare sembra una pura assurdità. Il mare
non c'entra nulla con l'immagine che lui si è fatto della città. Per lui
infatti questo è un luogo mitologico, e non solo, o non tanto, per
l'abusata tradizione di città letteraria mitteleuropea, quanto per essere
stata il fulcro di quel movimento musicale che ha infiammato la sua
adolescenza, il cosiddetto "mitteleurock" che aveva esponenti
illustri un po' in tutta Europa, raggruppando personaggi bizzarri e
irripetibili, come i tedeschi Kraftwerk, l'occhialuto genio inglese Thomas
Dolby, la colorata cantante di origini slave Lene Lovich o il quartetto
degli Ultravox, autore della decadente elegia "Vienna".
Un'intera geografia musicale che nel cuore di Bi Bi aveva la sua punta di
diamante nel cantante tutto italiano, anzi tutto triestino, Gino D'Eliso.
Quante sere avevano trascorso nella loro cameretta l'adolescente Bi Bi e
sua sorella Caterina ad ascoltare fino allo sfinimento il 33 giri
"Cattivi pensieri". Lo conoscevano a memoria e si divertivano a
cantare in coro testi impossibili quali "Gare de Lyon, ricordi amari,
croissant nati ieri e giapponesi ignari. Ma i cani che corrono nel sole, i
prati selvaggi e senza aiuole, Balcani! Balcani! Balcani! Ahi, ahi!".
Non che avessero idea di ciò che quelle parole significassero, eppure
erano così felici che un cantautore offrisse loro l'opportunità di
citare folli alternative alle solite magliette fini strette al punto che
indovinavi tutto. Che in Italia esistesse un Gino D'Eliso a loro pareva un
miracolo. E attendevano con ansiosa fiducia le folgoranti proposte
musicali che estraeva dal suo cappello, come l'inno all'Oktoberfest
interpretato da Patrizia 'Zzani o l'omaggio alle gambe dell'atleta Abebe
Bikila musicato del gruppo misterioso dei Luc Orient. Anche loro
rigorosamente triestini, of course.
Per un attimo Bi Bi e Cate ci avevano sperato davvero: che il fenomeno del
mitteleurock esplodesse, che D'eliso e soci diventassero celebri e che
nella sonnacchiosa musica italiana spirasse il vento dell'estremo est
italiano. Ma non successe e l'idolatria d'elisiana rimase un fenomeno
circoscritto a loro due e a qualche illuminato estimatore. Per anni
tuttavia continuarono a nutrirsi di quelle canzoni in via d'estinzione,
creando dentro di sé l'immagine di questa Trieste magica e
imprescindibile tramandata dalle canzoni, una porta di connessione fra i
gelidi ritmi teutonici e la sottile ironia altoitalica, vero punto nodale
per l'incontro fra le culture dell'est e dell'ovest.
Ecco perché per Bi Bi non ha senso che Trieste abbia il mare. Perché per
lui il senso profondo della città si estende verso l'alto, verso la sua
apertura all'Europa orientale, non verso il banale sbocco sull'affollato
Adriatico, che ha fatto la ragion d'essere di tante città della costa, ma
che a questa a lui pare per niente necessario.
Così, raggiungendo a piedi l'albergo mastodontico dove verrà ospitato,
Bi Bi guarda il sole autunnale che illumina di sbieco gli antichi palazzi
sulle rive e riconosce finalmente il senso di quella frase che lui e Cate
avevano tanto ripetuto quando, tornati dalle vacanze, si accorgevano che
l'estate ormai volgeva al termine. Si guardavano negli occhi e citavano il
buon, vecchio D'Eliso: "E un oleografico settembre su a Trieste lì
si attende. Eh!"
La prima sera, salutati i colleghi e rientrato in camera, Bi Bi ha
l'impressione che non può sprecare dormendo il poco tempo che ha a
disposizione: malgrado la stanchezza, si riveste e va a camminare lungo i
moli, per ricavare almeno una vaga impressione della Trieste notturna. E lì
incontra questo fumettistico ragazzo, occhi che ridono dietro lenti
rotonde, che lo invita a fare un giro panoramico dalla sua macchina. Ed
ecco che alle due di notte Bi Bi si ritrova sfrecciando per una città
deserta con Julio Iglesias (Julio Iglesias?!?) sparato dalle casse a tutto
volume e un autista cartoon che si lamenta: - Vecchi, in questa città ci
sono solo vecchi -. Perdendosi tra vie a lui estranee, arrivano finalmente
su un promontorio che sovrasta il golfo. - Ecco la tua Trieste notturna! -
annuncia Topolino e Bi Bi scende dalla macchina per godersi lo spettacolo
di questa mircometropoli che dorme: una distesa di luci da presepe con
l'effetto speciale delle lingue di fuoco che sprizzano verso il cielo
dalle ciminiere industriali. Bellissimo.
Impressioni a carattere marino: zero.
Comunque, un tema è un tema e lo scrittore Emme Bi Bi deve produrre un
racconto. Allora la mattina dopo pensa a una storia. Che è questa: i
fantasmi di James Joyce e Italo Svevo si aggirano ogni pomeriggio per la
città. Hanno dei percorsi stabiliti, quasi immutabili. Vanno a stazionare
nei vecchi caffè per controllare come è cambiato nel tempo il modo di
gustare le miscele e di trascorrere il tempo ai tavolini (e riconoscono
che non è cambiato quasi nulla). Poi vanno nelle librerie del centro e si
aggirano negli scaffali all'inseguimento degli studenti. Puntano
soprattutto agli adolescenti, quelli in età da liceo. E appena ne
scoprono uno afferrare una copia di "Senilità" o "Gente di
Dublino" esultano come idioti, felici del loro status di best-sellers
eterni. Si danno metaforiche pacche sulle spalle e si fanno gran
complimenti. E se per caso succede, per scelte ministeriali di pubblica
istruzione, che un anno uno arrivi a vendere più dell'altro, i due si
lanciano in provocazioni goliardiche e ridicole accuse (- Italo, in patria
ti hanno già dimenticato. Cambia nome, va! -, - James, mi spiace, dovevi
scrivere dei Pokemon se volevi vendere, altro che dell'Ulisse -).
Verso sera, finite le goliardie, se ne vanno tranquilli sulle rive, ad
assaggiare ancora una volta lo scenario dell'acqua. E guardando verso
l'orizzonte ammettono fra loro di essersene sempre un po' fregati del
mare, malgrado tutto il tempo trascorso in una città marinara. E
riconoscono per l'ennesima volta che le sole vastità a cui si siano
realmente appassionati, l'unica distesa che hanno voluto navigare, è
quella tutta interiore del nostro inconscio.
A quel punto, con aria saggia e consapevole, se ne vanno e tornano in quel
loro nulla dove vanno i fantasmi quando escono di scena e che nessuno di
noi conosce.
Voilà, una storia molto triestina, ricca di luoghi comuni cittadini e
culturali, che inizia genialmente con due fantasmi (il tema dell'anno
scorso) e si conclude di fronte al mare e con divagazioni sul significato
metaforico del navigare (in perfetta sintonia col tema attuale). Sì,
potrebbe essere una buona prova da scrittore.
A Emme Bi Bi piace pensarsi in termini di "scrittore". Perché
scrivere è quello che ha sempre fatto. Fin da bambino, mentre gli altri
stavano fuori da qualche parte a giocare probabilmente dietro a una sfera,
lui se ne stava in cameretta a scrivere. E ha continuato in questa attività
autoaffabulatoria per anni. Eppure, sebbene da una vita lui sappia di
esserlo, è solo dall'anno scorso che gli altri hanno cominciato a
identificarlo scrittore. E' uscito un libro con il suo nome sopra. E da
allora Emme Bi Bi ha varcato l'impercettibile soglia che divide chi si
pensa scrittore da chi viene ufficialmente percepito come tale.
Ci sono persone che passano un'intera esistenza nell'impossibilità di
risolvere questa discrepanza. Lui lo sa bene perché è una questione con
cui si confronta sin dalla tenera infanzia. Una volta, alle elementari, la
maestra aveva dato il tema "Cosa farò da grande" e il piccolo
Bi Bi si era appassionato a descrivere la sua intenzione di diventare
scrittore. Il tema fu un successo, con i complimenti dell'insegnante, il
bel voto sul registro e tutto il resto. Ma poi, imprevedibilmente, qualche
tempo dopo, durante una gita scolastica, la maestra si era seduta accanto
al lui sul pulman e fra le tante chiacchiere vuote aveva infilato la
domanda: - Allora, cosa vuoi fare da grande? -. L'elementare Bi Bi l'aveva
guardata con stupore per le sue scarse capacità mnemoniche. - Ma come?
L'ho scritto nel tema, non si ricorda? Voglio fare lo scrittore! -. La
maestra aveva sorriso bonaria: - Questo lo so. Ma quello che intendo dire
è cosa vuoi fare veramente? -.
Ecco, quell'avverbio sottolineato dal tono maternale gli era parso uno dei
peggiori tradimenti di fiducia mai sperimentati sino allora. E, per quanto
imbarazzante sia ammetterlo oggi, dentro di sé sa di non essere mai
riuscito a perdonare la sua prima insegnante per questo.
Ancora adesso, seduto in un divanetto della hall del centenario albergo,
avrebbe il desiderio di portare qui la sua maestra. Di indicargli il
proprio libro, l'invito su carta intestata del Comune, la chiave della
stanza, il suo nome sull'articoletto uscito sul Corriere in occasione
della manifestazione. Di fargli vedere tutto questo e dirle: - Visto?
Ma invece di cercare a rintracciare la sua maestra, o di cominciare a
scrivere il suo racconto, Bi Bi compie un gesto storico: prende il
telefono e chiama Gino D'Eliso. In persona. Un amico di un amico che
lavorava nella discografia gli ha procurato il numero prima che partisse,
ma Bi Bi non era sicuro che avrebbe trovato il coraggio di telefonargli.
Invece lo fa e trova dall'altro capo del filo una persona affabile,
persino entusiasta, che gli annuncia una notizia straordinaria: la sera
stessa terrà in concerto in un locale cittadino. Bi Bi è incredulo della
coincidenza cosmica: è a Trieste per due giorni in vita sua e il suo
idolo canoro suona proprio in quel periodo. E' un segno, chiaro.
E dopo gli impegni sociali, le piacevoli chiacchiere tra scrittori, gli
incontri culturali distillati fra un caffè (nel senso di locale) e un
altro, Bi Bi saluta la truppa e si rifugia al bar notturno dove incontrerà
D'Eliso. C'è il tempo per poche parole, per i complimenti reciproci (il
tuo idolo che ha letto il tuo libro e che ora ti fa i complimenti: questo
è pazzesco, Bi Bi, te ne rendi conto?), per una forte stretta di mano.
Poi D'Eliso è in pedana. Alterna chitarra a tastiere, e canta le canzoni
che Bi Bi conosce a memoria, ma anche cose nuove nelle quali invece che
dell'Orient Express si parla dei resti di Sarajevo. Segno dei tempi.
E nel mezzo del repertorio, con un colpo di scena a uso privato, D'Eliso
guarda Bi Bi e gli dice: - Ti dedico questa -.
Subito Bi Bi si emoziona e non capisce, poi quando il pezzo comincia e le
parole del brano gli tornano in mente tutte insieme, la riconosce. E' una
delle sue cose più belle, e si chiama nientemeno che "Canzone
d'amore".
Ci sono momenti nei quali senti proprio che vale la pena vivere. E questo
è uno di quelli. Lui lo sa e si concentra per impedire che quelle
imbarazzanti lacrime di commozione scivolino fuori dai suoi occhi e
riversino imbarazzo su tutti i presenti.
E' già sabato mattina. E ancora questa tanto annunciata storia di
Joyce e Svevo davanti al mare lo scrittore Emme Bi Bi non l'ha ancora
scritta. (Però pensa: "Mmmm, Joyce e Svevo davanti al mare: questo
potrebbe essere il titolo". Comunque non scrive neanche quello).
La verità è che Bi Bi non ce la farà. Fra pochissimo partirà il treno
che lo riporterà a Milano e anche scrivendo sotto ipnosi, in
comunicazione diretta coi due protagonisti, non ci riuscirebbe.
Eppure lui la storia ce l'ha tutta in testa, bella definita. Ha in mente
anche i luoghi precisi: il Caffè San Marco, il Tommaseo, il Molo
Pescheria... E poi questa trovata tattica di unire il tema passato a
quello presente. Sono tutti elementi validi, gli sembra.
Vorrebbe andare dagli organizzatori di "Raccontare Trieste" e
chiederglielo: ma una storia solo pensata vale lo stesso? Però non è
sicuro di quello che gli risponderebbero. Anzi, lo sospetta fin troppo
chiaramente.
Perciò decide di barare. Di comportarsi come se per lui si fosse svolto
tutto regolarmente. E al momento stabilito si reca in albero, consegna il
dischetto e ringrazia di tutto. Stringe mani, fa promesse, rassicura.
Poi prende il suo zainetto e si allontana veloce, prima che qualcuno abbia
il tempo di infilare il floppy in un computer, di leggere le prime righe,
di riconoscere che non ha affatto svolto il suo compito. Prima che
qualcuno lo rincorra accusandolo di non aver rispettato i patti. Prima che
qualche funzionario gli levi l'appellativo di scrittore, con gran
soddisfazione della sua maestra.
E soprattutto prima di aver potuto constare di persona, anche con un
rapportino fugace, se quello che dichiarava Raffaella fosse vero o no.
Pubblicato nell'antologia "Raccontare Trieste 2000", Ottobre
2000
(edizione fuori commercio, Comune di Trieste - Assessorato alla Cultura)
|
|