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:: Nonna Auditel

Gli anziani e la tv: un pubblico fedele e costante che guarda, ammira e commenta. Ma che capisce tutto a modo suo.

NONNA AUDITEL
di Matteo B. Bianchi

Sono una percentuale significativa dell'audience televisiva, forse la fetta più fedele del pubblico, quella che staziona davanti allo schermo più a lungo di ogni categoria di spettatori. Gli anziani sono un elemento in grado di giocare una parte fondamentale nella corsa all'auditel e sempre più spesso appaiono programmi appositamente pensati per questo target. Gli OK il prezzo è giusto, le ruote della fortuna, i fatti vostri, le vite in diretta e, inutile dirlo, la cotonatura post-meridiana di Paolo Limiti. Trasmissioni che a un adulto consenziente paiono al di là del concepibile, ma che a un pensionato in via di appisolamento devono fornire una piacevole e cullante sensazione. "Ve la ricordate tutti, vero? IL TANGO DELLA COCCINELLA FRU-FRU, quante volte l'abbiamo ballata!". Fra le 13 e le 18 dai canali nazional-popolari escono frasi che hanno un che di squisitamente surreale. Ma va bene così, del resto. A quell'ora si è fuori a lavorare e un certo senso di gratitudine lo si prova anche per un palinsesto in grado di intrattenere i nostri nonni con qualcosa su misura anagrafica per loro.

FASCIA NON PROTETTA

I problemi vengono fuori dopo. Quando la tv pensionistica termina le emissioni e prende il via il caravanserraglio dell'intrattenimento serale per il pubblico allargato. Gli anziani sono lanciati allo sbaraglio verso quiz complicatissimi che richiedono vocabolari alla mano, film dalle tematiche sociali per loro impensabili, varietà con ospiti musicali sconosciuti. E in questo bailamme luccicante di vallette sorridenti e applausi registrati a loro non resta che fare uno sforzo e cercare di orientarsi, come insicure parabole in cerca della ricezione migliore. Qualcosa afferrano, certo, ma molto altro va irrimediabilmente perduto. Non si tratta di fruizione passiva, ma di difficoltà culturali oggettive. Valga come esempio l'uso incondizionato dell'inglese anche nei contenitori più beceri. Ecco allora che questi impavidi baluardi della terza età sono costretti a trovare una logica e un significato in spettacoli che per loro ne sono privi. Ecco anche che titoli complicati e insensati alle loro orecchie vengono riadattati a termini forse altrettanto esotici ma più familiari. Una piccola chiacchierata con gli amici sugli strafalcioni delle nonne lo ha confermato, regalandomi esempi illustri come "Twin peaks" trasformato in "Pinguin" o "Beautiful" elegantemente interpretato da una anziana spettatrice come "la Butterfly".
Il mio ragazzo alla cena di Natale ha captato le sue nonne impegnate in una illuminante discussione sulla programmazione notturna:
- Dopo una cert'ora non c'è niente di bello -
- Ma no! C'è una trasmissione di cucina interessante -
- Dove? -
- Sul 13. C'è un ragazzo giovane che dice le ricette -
- Mai vista. E come si chiama il programma? -
- Si chiama "Ciccie" -
L'avrete capito. Il ragazzo giovane è Andrea Pezzi e "Ciccie" è "Kitchen". Ma non provate a dire a due nonne bolognesi che il termine "Cucina" in inglese sia più adatto di "Ciccie" per uno show culinario. Vi compatirebbero.

VELINE DI GIORNO

La mia amica Lory mi ha raccontato un altro aneddoto irresistibile. Lei abita nello stesso palazzo dove alloggia una velina di "Striscia la notizia", (la mora, quella fidanzata col calciatore Vieri, per intenderci). Dice che quando le signore anziane del condominio la incontrano in ascensore la guardano estasiate, salutandola immancabilmente con un appassionato "Buongiorno signorina Evelina!".
Il fraintendimento è strepitoso. E' ovvio che alle loro orecchie il termine "velina" non abbia alcun senso applicato a una persona (al limite può averlo per una carta sottile). Quel "velina" continuamente ripetuto dal teleschermo è quindi decodificato come "Evelina", nome proprio ormai raro, ma ai tempi assai comune, e di perfetto senso logico.
Il fatto che da decenni si alternino sul banco del telegiornale satirico coppie di vallette ogni stagione diverse ma curiosamente tutte battezzate in modo identico non deve evidentemente far loro nessuna meraviglia.
Esattamente come a noi non sorprende affatto che a denunciare crimini di stato da anni ci sia un pupazzo rosso doppiato in genovese.

L'INQUIETANTE VIRILITA' DI RICHARD CHAMBERLAIN

Grande fonte di delirio popolare era stata, a suo tempo, la messa in onda dello sceneggiato (adesso si chiamerebbe fiction) "UCCELLI DI ROVO". Il titolo del romanzo a cui si ispirava era tratto da una poesia citata sul frontespizio del libro, tuttavia non credo che fosse riportato in apertura di sceneggiato. Serpeggiava quindi una certa inquietudine fra il pubblico sul misterioso significato di quella scelta, mistero forse suggestionato dalla scabrosa tematica dell'amore proibito fra un religioso e una laica.
Il giorno dopo la prima puntata ho sentito due anziane sul pulmann confidarsi in puro dialetto milanese il loro sgomento:
- Ier sira t'è vist UCCELLI DI ROVO? - (Ieri sera hai visto UCCELLI DI ROVO?)
- No, fioeula! L'è trop scandalous! - (No, ragazza mia, è troppo scandaloso).
Malgrado la presunta scandalosità molte timorate di Dio non furono in grado di trattenersi dalla tentazione di guardarselo con avida partecipazione. E la nonna di un mio compagno di liceo aveva avuto un giorno l'ardire di chiedergli, con tono cospiratorio: - Spiegami una cosa: ma perché si intitola così? Rovo è il nome del prete? -.
Esilarante in questo caso non è tanto il pornografico fraintendimento del titolo, quanto l'inquietante prospettiva del termine "uccelli" al plurale. Quali fantasie si erano fatte le anziane spettatrici sugli attributi virili del sacerdote interpretato da Richard Chamberlain?

IL ROMANTICISMO DEL POTASSIO

Mia nonna materna era una miniera di malintesi televisivi. In famiglia il suo più celebre resta la passione dimostrata per una telenovela dal curioso titolo di "Potassio", che a una accurata indagine è risultata in realtà essere "Topazio" (titolo decisamente più romantico e idoneo a una saga sentimentale, anche se evidentemente mia nonna trovava del tutto plausibile che una storia d'amore prendesse il nome da un elemento chimico).
Più eclatante però è stato il fraintendimento creato da "La casa rossa". Era uno sceneggiato in due puntate che voleva essere una sorta di "Dinasty" all'italiana: amori contrastati, faide familiari e lotte di potere che avevano tutte come fulcro una grande villa rosso-mattone in piena bassa emiliana. La mattina dopo la messa in onda del primo episodio mia nonna mi aveva raccontato con dovizia di particolari tutto questo ben di Dio televisivo che tanto l'aveva entusiasmata, attendendo con ansia l'appuntamento serale con la seconda parte.
Il giorno successivo il giudizio sulla trasmissione però era radicalmente cambiato.
- Allora nonna com'è finita "La casa rossa"? -
- Oh, non mi è piaciuta PER NIENTE la seconda puntata. Sono venuti fuori tutti questi indiani e hanno fatto tutte quelle battaglie… -
Pellerossa in Emilia Romagna? Uno sguardo al giornale dei programmi aveva confermato che gli sceneggiatori non fossero del tutto impazziti. Semplicemente la fiction andava in onda su Rai Due e mia nonna aveva visto invece un film western su Rai Uno. La cosa straordinaria è che non si è neppure posta il dubbio di aver sbagliato canale. Abituata a vedere film che spesso acquistavano sviluppi per lei imprevisti e incomprensibili, aveva accettato con rassegnata delusione che anche il suo adorato sceneggiato virasse verso questo sanguinolento epilogo.
Guardandola così sconsolata mi sono ricordato della risposta che aveva fornito a un'intervistatrice telefonica quando l'aveva chiamata per un sondaggio televisivo sui programmi serali. Aveva ascoltato diligentemente tutto il prologo della ragazza, poi aveva sospirato: - Signorina, mi fa tutto schifo -.
Allora pensavo che si trattasse di un commento personale, oggi ho il sospetto che parlasse a nome di un'intera categoria.

 

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